La casa era mia, ma mia suocera l’aveva già divisa

Ho spento il motore della Panda e sono rimasta al volante. Attraverso il parabrezza vedevo il furgone di mia cognata, un Doblò grigio, parcheggiato di traverso vicino alla cisterna. Nel vialetto c'erano tre monopattini buttati uno sull'altro, e tra i rami del fico penzolavano asciugamani a righe che ancora sgocciolavano. La tavola sotto la pergola era già apparecchiata con la tovaglia cerata, quella delle grandi occasioni. Sentivo le loro voci, le stoviglie, il bambino che strillava.

Sono scesa. Avevo comprato io questa casa due anni fa, vendendo il bilocale di mia zia a La Spezia. Con i risparmi e un mutuo, certo, ma il rogito parlava chiaro. Quando avevamo firmato la separazione dei beni, Marco mi aveva detto: «Per me non cambia niente». Invece.

Prima ancora di toccare il cancello, mi è venuta incontro mia suocera, Patrizia. Impugnava un mestolo e sopra la camicetta a fiori si era legata il mio grembiule, quello con la stampa dei limoni. «Ah, finalmente. Stavamo quasi per cominciare senza di te. Vieni, che ho giusto bisogno di una mano con il secondo.»

Dietro di lei il tavolo era pieno. Valentina, la sorella di Marco, con il marito e due figli. La cugina di Marco, suo figlio adolescente, la vicina di Patrizia e due signore che avevo visto solo a un matrimonio. Marco era in fondo, fermo accanto al barbecue con le pinze in mano. Quando mi ha vista ha girato la testa e si è messo a grattare la griglia. Neanche un cenno.

«Che sta succedendo?» gli ho chiesto a bassa voce.

«Valentina ha le ferie. Mamma ha pensato di riunire un po' tutti. Fra un paio di giorni se ne vanno.»

Ho guardato le borse ammassate vicino alla porta-finestra, la vaschetta del gatto rovesciata, il passeggino aperto in mezzo alle piante di rosmarino.

«A domenica, allora. Domenica sera la casa deve essere libera.»

Lui ha annuito in fretta, troppo. «Certo. Gliel'ho già detto.»

Sono entrata. Sul tavolo della cucina impilavano pentole, buste del supermercato, la scatola dei biscotti aperti. Le mie tazzine da caffè non erano più sulla mensola. Le ho ritrovate in un angolo, dentro un cestino, insieme a dei tappi di plastica. Sopra il mio letto c'era un peluche a forma di orsetto. Sul comodino, un bicchiere con l'adesivo di Frozen, ancora mezzo pieno di latte. Ho preso una sacca e ho raccolto tutto: le felpe, le matite masticate, un paio di ciabatte minuscole. Sono scesa.

«Valentina. Questa è la nostra camera.»

Mia cognata ha dato un'occhiata alla sacca. «I bambini hanno lasciato un po' di roba. Poi sistemo.»

«Adesso.»

Ha chiamato suo figlio sbuffando. Il bambino ha preso la sacca e l'ha mollata sotto la panca della pergola.

A cena Patrizia dirigeva le operazioni. Sapeva dove tenevo i tovaglioli di stoffa, i piatti fondi per la pasta al forno, la zuccheriera. A me ha chiesto di portare ancora pane. Ho aperto la madia, ho preso la cesta e ho fissato Marco. Lui raccontava al cognato di quando aveva sistemato l'impianto elettrico, senza guardarmi.

Quella notte non dormivo. Sulle scale c'erano passi, sciacquoni, porte che sbattevano. Marco respirava regolare, girato verso il muro.

«Lo sapevi quanta gente veniva?»

«Mamma mi aveva detto parenti stretti.»

«Hai visto il furgone di tua sorella, le valigie. Perché non mi hai avvertito?»

«Perché avresti iniziato subito a litigare.»

«Quindi hai deciso di mettermi davanti al fatto compiuto.»

Si è messo seduto, sfregandosi il viso. Poi è tornato giù. Dopo dieci minuti dormiva già.

La mattina dopo sono scesa presto. Patrizia e Valentina sistemavano la spesa: pacchi di pasta, sughi, i cereali per i bambini. Mia suocera aveva tolto le mie tazze dalla mensola e le stava mettendo in uno scatolone.

«Faccio spazio per la roba dei piccoli» ha detto senza voltarsi. «Così è tutto più comodo.»

Mi sono messa tra lei e la mensola. «Qui non si sposta niente senza il mio permesso.»

Patrizia ha tenuto in mano lo strofinaccio. «Io mi faccio in quattro per questa famiglia. Valentina ha due bambini, in appartamento non respirano. Qui c'è il giardino, l'aria buona. Ti dispiace?»

«Non mi dispiace per un fine settimana. Ma gli inviti li faccio io.»

«Inviti, addirittura!» ha borbottato Valentina.

Marco è entrato in cucina. «Non cominciamo la giornata a muso duro. I bambini stanno bene, e domani tornano tutti a casa.»

L'ho guardato. «Ne sei sicuro?»

«Sì, sì.» Ha aperto il frigo e ha preso l'acqua. Il discorso per lui era chiuso.

Più tardi Valentina mi ha chiesto di poter riporre le borse dei bambini nel ripostiglio. Ho risposto che non era necessario, perché l'indomani partivano.

«Tanto sabato prossimo torniamo con le brandine» ha detto lei, senza smettere di piegare gli asciugamani.

«Quali brandine?»

Ha fermato le mani. «Marco non te l'ha detto? Con mamma ci siamo divise l'estate. Noi stiamo qui fino a fine giugno. A luglio arriva la cugina Natalia con la sua famiglia. Agosto se lo prende mamma. Voi potete venire giù i fine settimana.»

Mi sono girata. Sul frigorifero, fermato da una calamita a forma di caffettiera, c'era un foglio a quadretti. Sopra c'erano nomi, date, numero di posti letto. In fondo Patrizia aveva scritto a chi toccavano le lenzuola e chi poteva usare la doccia esterna di sabato. Ho staccato il foglio. L'inchiostro blu, minuto, era il suo.

Marco era in terrazza. Gli ho messo il foglio piegato davanti.

«Tua madre ha assegnato casa mia per tutta l'estate.»

«Non fare tragedie. Ha solo cercato di organizzarsi.»

«Hai visto questo grafico?»

Ha spostato lo sguardo verso gli ulivi. «Non tutto.»

«Hai dato il permesso?»

«Ho detto che la casa si poteva usare. Mica dobbiamo convocare il consiglio comunale ogni volta.»

«Usare senza di me?»

«Tu lavori cinque giorni su sette. La casa sta vuota.»

Ho stirato il foglio con il palmo. «Ferma tutto. Oggi.»

«Adesso non si può.»

«Hai già scelto quando hai dato le chiavi a tua madre.»

Era successo mesi prima. Patrizia si era lamentata di doverci aspettare fuori al cancello. Una domenica l'avevo trovata in cucina, che si faceva un caffè con la mia moka nuova. «Marco mi ha dato le chiavi di riserva» aveva detto. «Così non sto in strada come una mendicante.» La sera avevo chiesto a Marco: «Perché non mi hai consultata?». Lui aveva risposto: «Per mia madre è più comodo. Non è un'estranea». E io non avevo insistito.

Adesso, in terrazza, Marco si è massaggiato un polso. «Non le ho detto di trasferirsi. Mamma si è allargata da sola.»

«Allora dille che nessuno starà qui quest'estate.»

Dalla siepe arrivava la voce di Valentina che fotografava i bambini sull'altalena. Patrizia ci osservava dalla finestra della cucina.

«Le parlerò dopo pranzo» ha detto Marco.

Non l'ha fatto.

Lunedì sono ripartita da sola. Lui è rimasto a montare un telo ombreggiante. Prima di mettere in moto gli ho ripetuto: «Li fai andare via». «Tranquilla», ha detto. La sera mi ha chiamata: «Ho parlato con mamma. Ci è rimasta male, ma ha capito. Senza invito non viene più nessuno». In sottofondo sentivo Valentina: «Queste scatole dove le metto?». Patrizia ha risposto: «Nella stanzina piccola al piano di sopra».

«Siete ancora lì?» ho chiesto.

«Stiamo finendo di caricare.»

«Tua sorella sta portando scatole al piano di sopra.»

Silenzio. Poi: «Sono pesanti. Domani le carica mio cognato».

Ho appoggiato la mano sul foglio che avevo portato in città. «Sabato possiamo fare un pranzo insieme. Basta che stabiliamo prima chi viene e a che ora.»

«Perfetto» ha detto lui, sollevato.

Mercoledì nella chat di famiglia è comparsa la foto di due brandine. Sotto, Valentina aveva scritto: «I bambini contano i giorni!». Patrizia ha risposto con una sfilza di cuori e ha aggiunto che aveva ordinato un armadio da montare, in offerta da un mobilificio. Marco non ha commentato. L'ho chiamato.

«Stanno portando mobili a casa mia?»

«Mamma si esalta con i progetti. Lascia perdere.»

«Hai bloccato la consegna?»

«Le parlo.»

«L'hai già detto.»

Ha riattaccato con la scusa del capo.

Venerdì sono uscita prima dall'ufficio. Sulla statale, un camioncino con la scritta «Traslochi» mi stava davanti. Alla rotonda ha imboccato la strada sterrata che porta su da me. L'ho seguito. Il cancello era spalancato. Nel vialetto c'erano due brandine in alluminio, un tavolino di plastica e un pacco alto avvolto nel cellophane. Patrizia indicava agli operai dove andare. Marco portava scatoloni, e Valentina srotolava tappetini colorati vicino alla cisterna.

«Fermate tutto» ho detto all'autista. Lui mi ha guardato, poi ha guardato Patrizia.

«Continui pure» ha detto mia suocera. «La padrona di casa si è un po' confusa.»

«La padrona di casa non è per niente confusa. Non si porta dentro niente.»

Marco ha appoggiato lo scatolone su un gradino. «Chiara, parliamo un attimo.»

«Prima mi spieghi che succede.»

Patrizia ha tirato fuori dalla tasca una copia del grafico. «Abbiamo deciso di non sprecare l'estate. Valentina ha i bambini, Natalia le ferie, e anch'io devo riposarmi. La casa è grande. A voi abbiamo lasciato la stanzina piccola al piano di sopra.»

Attraverso la porta-finestra ho visto la mia roba. I vestiti erano stati tolti dall'armadio e ammucchiati su una sedia. Sul mio letto c'erano due cuscini di Peppa Pig. Due valigie occupavano l'angolo.

«Chi ha spostato le mie cose?»

«Ho fatto posto ai bambini» ha detto Valentina. «Non potevano dormire sulle borse.»

Mi sono rivolta all'autista. «Dieci minuti di pazienza. Tutto quello che avete scaricato, lo rimettete sul camion.»

«Fai sempre scenate» ha detto Patrizia. «La consegna è già stata pagata.»

«Io non l'ho ordinata.»

Marco si è avvicinato. «Volevo parlartene stasera. Poi ho pensato che mamma aveva ragione. La casa è vuota quasi tutta la settimana.»

«Avevi promesso di fermarli.»

«Sono la mia famiglia. Perché devi contare ogni centimetro?»

«Perché la casa è mia. E perché state decidendo tutto alle mie spalle.»

«È casa nostra» ha alzato la voce.

«Il rogito è intestato a me, e tu lo sai bene.»

Patrizia si è messa in mezzo. «Adesso tiri fuori le carte? Marco qui ha rifatto l'impianto idraulico con le sue mani.»

«Il suo aiuto non vi autorizza a trasferirvi.»

Sono salita in terrazza, ho preso una cassa vuota della frutta e l'ho posata accanto al tavolo. «Avete tempo fino alle sei. Prendete vestiti, provviste, mobili, giochi. Lasciate tutte le copie delle chiavi. Domani faccio cambiare la serratura.»

Valentina si è alzata di scatto. «Ci stai buttando fuori? Con i bambini?»

«Siete entrati senza permesso.»

Patrizia stringeva il foglio. «Abbiamo già pagato il camion e l'armadio! Abbiamo preso le ferie, abbiamo fatto i piani!»

«Quelle spese ve le siete accordate tra di voi. Io non c'entro.»

Marco ha provato a prendermi un braccio. Mi sono scostata.

«Non puoi parlare così a mia madre.»

«Scegli adesso: le aiuti a caricare, oppure mi restituisci le tue chiavi e te ne vai con loro.»

Lui ha guardato sua madre. Patrizia aspettava, a labbra strette, con il grafico che le tremava tra le dita. Valentina era in piedi in mezzo alle brandine. Il gatto del vicino, da sopra il muretto, osservava la scena. Gli operai avevano smesso di spostare l'armadio. Marco si è passato una mano sul collo. Poi ha preso il foglio dalle mani di Patrizia. Lo ha strappato a metà, poi ancora, e ha posato i pezzi sul tavolo.

«Basta, mamma. Caricate tutto.»

Patrizia è rimasta immobile. «Hai ottenuto quello che volevi. Adesso ti metti contro tua madre.»

«Sono stato io a darvi le chiavi e a non fermarvi. È colpa mia.»

Mia suocera ha aperto la borsa, ha preso un mazzo di chiavi con un portachiavi di conchiglia. L'ha lanciato sul tavolo, vicino ai pezzi di carta. La chiave ha urtato un barattolo di vetro, facendolo tintinnare.

«Prendetele. Qui non ci rimetto più piede.»

«Va bene» ho detto io.

Patrizia ha aspettato qualche secondo. Poi si è girata di scatto.

In un'ora il vialetto si è svuotato. L'armadio è tornato sul camion, le brandine sono state piegate e infilate nel Doblò. Hanno portato via scatoloni, borse, persino il barattolo di Nutella aperto. Valentina ha sistemato i bambini sui seggiolini e ha sbattuto lo sportello. «Spero che tu sia contenta.»

Ho raccolto una macchinina blu sotto il divano e gliel'ho portata. «Avete dimenticato questo.»

L'ha presa senza ringraziare.

Patrizia è uscita per ultima. Davanti al cancello si è girata verso Marco. «Quando rimarrai solo, non venire a bussare da me.»

Lui ha chiuso il cancello e ha tirato il paletto.

Il giorno dopo il fabbro di Sarzana ha cambiato la serratura e montato un lucchetto nuovo. Marco era lì, in silenzio, e gli passava gli attrezzi. Siamo tornati in città con due macchine diverse. Lui dormiva sempre più spesso da sua madre o da sua sorella. Una sera è passato a prendere la roba, ha posato il suo mazzo di chiavi sul tavolo e ha sfilato quella del ripostiglio.

«Le chiavi del cancello e di casa te le lascio. Quella del ripostiglio la prendo. Ci sono i miei attrezzi.»

Ho annuito. «Passi sabato a prenderli. Chiama prima.»

Ha rigirato l'anello tra le dita. «Mamma ha ricevuto la fattura per il trasporto di ritorno dell'armadio. Valentina dice che dovresti pagare almeno la metà.»

Sono andata in camera, ho preso una scatola con i suoi maglioni e l'ho posata vicino alla sedia. «Hanno ordinato tutto loro. Io non pago niente.»

Ad agosto sono tornata alla casa da sola. Ho aperto il lucchetto nuovo, ho posato la borsa in cucina e ho percorso le stanze. Le mie tazzine erano di nuovo sulla mensola. In camera i vestiti erano appesi per colore, e sul letto c'era la coperta leggera. Ho messo una ciotola di fichi sul tavolo e ho aperto la finestra. Dalla vallata saliva il rumore del treno che costeggia il mare. Poi il silenzio. In terrazza erano rimaste due sedie. Ne ho presa una e l'ho portata nel ripostiglio. Poi ho chiuso il cancello, mi sono seduta e ho aperto il libro dove avevo infilato la ricevuta del fabbro come segnalibro. La cicala sul fico ha ripreso a frinire.

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