Quel pomeriggio con la valigia in mano

La ruota rotta della valigia aveva smesso di girare proprio quel giorno, a due ore dal treno. L’avevo guardata e avevo pensato: chissenefrega, tra poco saremo in spiaggia. Biglietti sul tavolo, Torino–Alassio, regionale delle dodici e venti, carrozza cinque. Niente Frecciarossa, perché quello costava il triplo e noi da dodici mesi contavamo ogni centesimo. Io e Luca avevamo prenotato un monolocale a due passi dal mare su Airbnb, quattro notti, il massimo che potevamo permetterci. Ottocentosessanta euro, più i biglietti, più il budget per i pasti fuori. Tutto scritto a matita su un foglio appeso al frigo.

Luca era già in corridoio che controllava le prese di corrente staccate, io cercavo le cuffiette di Sofia, quando la porta di casa si è aperta con uno schianto e Sofia è apparsa con un pastore tedesco in braccio.

Anzi, metà del cane era in braccio, metà penzolava in modo innaturale. Sofia, quattordici anni, alta come me, reggeva quella bestia di venticinque chili con una forza che non le avevo mai visto e piangeva senza rumore, con il viso tutto rigato. Il cane aveva una zampa posteriore che pendeva molle, e dal ginocchio in giù era solo sangue e terra.

«Mamma, non si è fermato nessuno. Gli è passato sopra e ha tirato dritto.»

È scivolata contro lo stipite. Sul pavimento si è formata subito una macchia scura. Ho messo le mani sotto il cane per sostenerlo, era caldo, tremava in modo impercettibile e mi ha leccato il polso.

Luca è uscito dalla camera con il caricabatterie in mano e si è bloccato. Non ha detto «che roba è», ha detto solo: «No.»

«Papà, dobbiamo portarlo da un veterinario. Adesso.»

«Sofia,» ha cominciato lui, con quella voce che gli viene quando cerca di non sbraitare, «abbiamo il treno tra due ore. Due ore.»

Nell’ingresso c’erano tre valigie. Una grande con la ruota rotta, due trolley più piccoli. Io lavoro come contabile in un’impresa edile di periferia, chi ha fatto la contabile in un’impresa edile torinese sa cosa significa chiudere una commessa il trenta giugno e cosa significa dormire quattro ore per tre mesi di fila. Avevo preso turni extra anche a Ferragosto, avevo rinunciato agli stivali nuovi in saldo da Bata, avevo comprato il caffè in grani al discount e mi ero convinta che andava bene così. L’unica cosa che volevo era stendermi su un asciugamano, chiudere gli occhi e sentire solo le onde. Non pensare a fatture, a ritenute d’acconto, a geometri che ti chiamano il sabato mattina.

Avevo calcolato tutto. Dal parcheggio in stazione allo scontrino medio di una focaccia al formaggio sul lungomare. Non avevo calcolato un cane sconosciuto sulle scale di casa nostra.

«Luca, prendi una scatola. Quella del microonde va bene.»

Lui mi ha guardata come se avessi parlato in albanese. «Elena. È un cane di nessuno.»

«Appunto,» ha detto Sofia, e la voce le si è rotta. «È di nessuno. C’è differenza.»

La scatola l’ha presa lui stesso. Ci ha messo un asciugamano di spugna rossa che avevamo comprato apposta per la spiaggia. Il cane non si è lamentato. Respirava corto e mi fissava con due occhi marroni in cui si vedeva il panico e una specie di resa.

Sofia ha chiamato la clinica. «Trauma da investimento, sì, zampa posteriore, cosciente… quanto?»

Ha riattaccato. «Parlano di ottocento euro, mamma. Operazione e ricovero. Ottocento, forse di più se ci sono complicazioni.»

Luca ha fatto una risata breve che non aveva niente di allegro. «Ottocento. E l’appartamento quanto ci è costato? Te lo ricordi?»

Me lo ricordavo. Il foglio sul frigo diceva tutto. Con ottocento euro ci facevamo la spesa della settimana al mare e restava pure per una cena fuori. Erano i soldi del “vivere un po’ come persone normali” che aspettavamo da un anno.

Mi sono seduta sulle piastrelle dell’ingresso, accanto alla scatola. Ho pensato: se fossimo già al mare, tra dieci anni Sofia non ricorderebbe niente.

«Luca,» ho detto, e lui era in piedi contro l’armadio, «chiama l’host. Dì che non arriviamo.»

«Sei seria.»

«Sì.»

«E il tuo nervosismo? Elena, un mese fa il medico ti ha detto che se non stacchi un attimo finisci al pronto soccorso. Ti sei guardata allo specchio stamattina?»

Mi ero guardata. Avevo le occhiaie viola e una piega nuova tra le sopracciglia. «Sì.»

«E quindi?»

«Quindi se salgo su quel treno, in spiaggia non mi riposo. Mi stendo sul telo e penso a questo cane. A lei. A me che mi sono girata dall’altra parte.»

Luca si è voltato verso la finestra. Mani in tasca, spalle dure. Fuori c’era un sole torrido di fine luglio e il solito gatto dei vicini dormiva sul cofano della Panda. Lui odia quel gatto, ma non l’ha detto. Ha detto solo: «Non è paura. È buonsenso.»

«Per me è paura.»

Alla fine ho preso le chiavi.

La clinica veterinaria stava in fondo a corso Grosseto, venticinque minuti di traffico. Luca guidava senza dire una parola, le nocche bianche sul volante, il semaforo di piazza Massaua che non scattava mai. Sofia dietro teneva la scatola con due mani e mormorava «forza, forza» a ogni buca, e le buche in corso Grosseto sono più numerose delle aiuole. Io guardavo fuori, i palazzoni, il cartellone della Esselunga, e continuavo a pensare: e se invece peggioriamo tutto? Se arrivo là, spendo gli ottocento euro, e domani non ho né mare né cane né un marito che mi rivolge la parola?

La veterinaria aveva gli occhi stanchi come i miei e un camice con il bordo stropicciato. Ha visitato il cane per un tempo che mi sembrava infinito. Gli ha tastato il fianco. Gli ha aperto la bocca. Poi si è tolta i guanti e ci ha guardato dritto in faccia, e io avevo già capito tutto.

«Frattura comminuta del femore. Dobbiamo intervenire adesso, ma non le prometto niente. Mi sente? Niente.»

«Faccia.»

E siamo rimasti in corridoio. Tre sedie di plastica verde, un dispenser di caffè a capsule che inghiottiva le monete e non dava resto. Sul muro un poster della campagna anti-abbandono, con un meticcio che sembrava identico a quello nella scatola.

Sofia ha tirato fuori il cellulare, ma lo schermo era spento. Luca è uscito due volte nel cortile. La seconda è rientrato con un odore di sigaretta addosso, anche se ha smesso nel 2020. «Ho chiamato l’host,» ha borbottato dopo un’ora, guardando la parete. «Non ci rimborsano. Troppo tardi per cancellare.»

Non ho risposto. Il caffè faceva schifo, ma ne ho bevuto due.

Alle quattro e mezza del pomeriggio, quando fuori l’ombra aveva già coperto metà del cortile, la veterinaria è ricomparsa. Si è tolta la cuffia e aveva la fronte sudata.

«È viva. La zampa l’abbiamo salvata. Ma ha bisogno di assistenza, il primo mese va tenuta ferma il più possibile. Serve qualcuno che stia a casa.»

«Ci sono io,» ha detto Sofia.

Era la prima frase intera che diceva da ore.

«E ci sono io,» ho aggiunto.

Luca è rimasto zitto.

La settimana dopo è stata dura. Lui partiva alle sei e mezzo, tornava alle otto di sera, cenava davanti a Canale 5 con il piatto in mano. Io due volte ho provato a dire «parliamo?» e due volte mi ha risposto «va tutto bene, lascia stare». Andavo in clinica tutti i pomeriggi, prendevo il 14, mi sedevo su uno sgabello accanto al box del cane che ancora non aveva un nome. Restavo lì un’ora e mezzo senza fare niente. Era la prima volta da mesi che non pensavo a scadenze e ritenute. Sofia arrivava dopo scuola, portava un libro di antologia e leggeva a voce alta. Il cane ascoltava con il muso sulle zampe.

Una mattina la veterinaria mi ha detto: «In vent’anni ne ho viste di ogni. Gente che arriva, sente il preventivo e sparisce. A volte mollano l’animale in cortile. Lei e la sua famiglia siete diversi.»

«Non potevo fare altrimenti.»

«E suo marito?»

«Tace.»

«Tacerà ancora un po’, poi gli passa. Fanno così.»

Il sesto giorno ero seduta nel box, davo al cane un pezzetto di prosciutto cotto, quando la porta si è aperta. Luca. Aveva la tuta blu del lavoro, la barba di due giorni e in mano un sacchetto di crocchette. Le crocchette che aveva consigliato la veterinaria, quelle da venticinque euro al chilo che io avevo lasciato sullo scaffale.

«Ciao.»

«Ciao.»

Si è accucciato accanto a me. Il cane si è alzato su tre zampe e gli ha annusato le dita.

«È bella,» ha detto lui. «Si vede che è intelligente.»

«Sì.»

Ha posato il sacchetto per terra. «Elena, mi dispiace. Per tutta la settimana sono stato proprio incazzato, sinceramente. Poi martedì ho visto Sofia correre fuori da scuola. Non verso casa, dritta dal lato opposto. Attraversava la strada con lo zaino, senza guardare le macchine. Aveva una faccia che io non le vedevo da quando aveva dieci anni. E lì ho pensato: se fossimo partiti, io in spiaggia ci stavo male. Mi giravo e rivedevo la scatola in corridoio. Il mare mi veniva di traverso.»

Non ho risposto. Avevo un groppo in gola e ho fatto finta di aggiustare la coperta al cane.

«Quindi lo prendiamo?» ho chiesto.

«E abbiamo scelta?» Luca ha grattato un orecchio al cane. «Sofia mi mangia vivo.»

Un anno esatto dopo abbiamo rimesso fuori le stesse valigie. La ruota era ancora rotta, Luca non l’ha mai cambiata. Solo che stavolta viaggiavamo in quattro, sulla Panda, perché con un cane di trenta chili sui regionali non ti fanno salire.

«Mia,» ha detto Sofia allacciandole il collare rosso, «pronta per il mare?»

Il pastore tedesco ha abbaiato, e la vicina del piano di sotto ha dato un colpo al soffitto.

Luca stava chiudendo il portabagagli quando si è girato. «Senti, Elena, ti dico una cosa, non ridere. Non mi sono pentito un giorno solo di quel Ferragosto. È stata la vacanza più bella della mia vita.»

«Ma se non siamo andati da nessuna parte.»

«Per questo.»

Ho guardato Sofia che correva con Mia sul pezzo d’erba davanti al portone, le zampe posteriori ancora un po’ rigide quando il tempo cambia, ma la corsa era quella di un cane giovane che mangiava le mosche per aria.

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MagistrUm
Quel pomeriggio con la valigia in mano