Marta mi ha telefonato mentre stavo tagliando le zucchine per la parmigiana, e la prima cosa che ho sentito è stata la voce di mio figlio Dario che urlava alle sue spalle: "Nonno l'ha messo in un sacco!"
Vi racconto tutto con ordine, perché altrimenti non si capisce niente.
Vivo a Solofra, in provincia di Avellino, in una casa a due piani con un cortile che confina con quello di Aldo Petrov — sì, il cognome è quello, suo nonno era arrivato dalla Bulgaria negli anni Cinquanta e il nome è rimasto così, storpiato dall'anagrafe di allora. Aldo ha settantotto anni ed è vedovo da quattro. Sua moglie Iolanda è morta di un tumore al pancreas, in fretta, in meno di sei mesi, e da allora lui ha smesso quasi di parlare con qualcuno. Il figlio, che vive a Bergamo e fa l'ingegnere, lo chiama la domenica sera, sempre alle otto, sempre per sette-otto minuti — Aldo stesso me lo ha detto una volta, con una specie di orgoglio triste, come se contare i minuti fosse un modo per dimostrare che qualcosa restava.
Il cancello di Aldo non si chiude bene da agosto. La maniglia si è staccata quando lui l'ha spinto con la spalla, aveva le mani occupate da due secchi di calce per il pollaio, e da allora batte col vento — tac, tac — soprattutto la notte, come un passo che non arriva mai fino alla porta.
La gatta è arrivata a fine agosto. Grigia, con una macchia bianca sul petto e un orecchio strappato, probabilmente per una zuffa. Si è seduta sui gradini di casa sua e ha aspettato. Non miagolava, non si strusciava contro le gambe: stava lì, come chi aspetta un turno dal medico. Aldo, la prima volta, le ha detto solo: "Non ho niente nemmeno per me." Ma è tornato dentro, ha preso un pezzo di baccalà lessato avanzato dalla domenica, gliel'ha messo su un piatto vecchio, e da lì non se n'è più andata.
A settembre dormiva già dentro casa, sul tappetino dell'ingresso. Aldo non ha mai riparato lo spiraglio della finestra della cucina che non si chiudeva bene — diceva che tanto, con l'autunno, sarebbe entrato il freddo comunque. Io penso che gli faceva comodo, quel varco. Un modo per lasciarla entrare senza doverlo ammettere ad alta voce.
Dario, mio figlio, ha nove anni e fa la terza elementare alla "Don Bosco". Torna a piedi passando per il vicolo dietro casa, perché è più corto, e il cancello rotto di Aldo è proprio sul suo percorso. Guarda sempre dentro quel cortile — non per curiosità, ma perché sotto il vecchio albero di nespole, in ottobre, cadevano i frutti e lui li raccoglieva da terra, anche se erano ammaccati.
Giovedì scorso, verso le due del pomeriggio, Dario torna da scuola e vede Aldo sui gradini con un sacco di tela in mano. Il sacco si muove. Dentro c'è qualcosa che raspa, un rumore sordo, come unghie contro il legno di un cassetto.
Aldo non lo vede. Scende i gradini, attraversa il cortile fino alla Panda bianca ferma vicino al muretto, coperta di polvere sulle ruote. Apre la portiera posteriore, appoggia il sacco sul sedile e torna dentro casa.
Dario resta fermo al cancello. Il cuore gli batte come se avesse corso, anche se non si è mosso di un passo.
Aveva visto quella gatta più volte — seduta sul davanzale, a guardare la strada. Una volta le aveva fatto ciao con la mano, e lei aveva inclinato la testa, come se non avesse capito il gesto.
Il sacco. La gatta nel sacco. Dario sa cosa significa: sua nonna gli ha raccontato che una volta, al paese, i gattini in eccesso li portavano al fiume dentro un sacco, legato con lo spago. Non per cattiveria — diceva la nonna, con la stessa calma con cui si parla del meteo — ma perché nessuno poteva sfamarli tutti. Quella sera Dario non è riuscito a dormire fino a mezzanotte, immaginando il sacco che scompariva sott'acqua.
Aldo esce di nuovo. Stavolta ha in mano uno scatolone di cartone. Lo appoggia sul sedile posteriore, accanto al sacco, si mette al volante e accende il motore. La Panda tossisce, sbuffa e scivola fuori dal cancello aperto. Dario si schiaccia contro il muretto per non farsi urtare dallo specchietto. Aldo passa e non gira nemmeno la testa.
Dario corre a casa, senza togliersi le scarpe, e piomba in cucina dove io sto tagliando le zucchine.
"Mamma, il nonno Aldo ha messo la gatta in un sacco e se l'è portata via!"
Poso il coltello.
"Quale gatta?"
"Quella grigia, con la macchia bianca! Viveva da lui! L'ha messa nel sacco e in macchina!"
"Dario, togliti le scarpe, stai sporcando tutto il—"
"Mamma! Se l'è portata ad annegarla! O a buttarla nel bosco!"
Mi asciugo le mani nel canovaccio. Guardo mio figlio. Ha il giubbotto sbottonato, lo zaino su una spalla sola, e il labbro che gli trema. Non piange, ma ci manca poco.
"Dario, siediti. Non sappiamo dove l'ha portata. Magari dal veterinario."
"Dal veterinario non ci si va col sacco! Ci si va col trasportino!"
E lì non trovo cosa rispondere, perché ha ragione lui. Dal veterinario, nel sacco, non ci si va.
"Va bene," dico. "Parlo io con Aldo quando torna."
"E se è tardi?"
"Dario."
"E se è tardi, mamma?"
Non rispondo subito, perché in verità la stessa domanda mi gira in testa da quando ho posato il coltello. Prendo le chiavi di casa, dico a Dario di restare con la porta chiusa e vado verso il cortile di Aldo per aspettarlo lì, sul muretto, con le braccia conserte contro il fresco di settembre che comincia ad arrivare.
Passa più di un'ora. Il sole scende dietro il campanile della chiesa di San Michele, e dalla finestra della cucina di Rina, la vicina che tiene sempre la radio accesa sulle previsioni del tempo, arriva l'odore di sugo che sobbolle. Poi sento la Panda tossire in fondo alla strada.
Aldo parcheggia, scende, e dal sedile posteriore tira fuori prima lo scatolone — vuoto, ora — e poi il sacco, che non si muove più. Lo vedo posarlo sul gradino con un gesto piano, senza fretta, e capisco che quello che temevo non è successo: se fosse morta, non l'avrebbe portata a spasso in giro per il paese in uno scatolone vuoto e poi riportata a casa.
Mi avvicino. "Aldo."
Lui si volta, sorpreso di trovarmi lì. "Ornella. Cosa fai qui a quest'ora?"
"Dario ti ha visto. Con la gatta nel sacco, in macchina. È tornato a casa convinto che l'avresti annegata."
Aldo resta fermo un momento, poi scuote la testa e apre il sacco. Ne esce la gatta, viva, spaventata, che scappa dritta dentro casa attraverso la porta socchiusa.
"L'ho portata dal dottor Ferretti," dice. "Quello vicino al distributore, sulla provinciale. Ha una gattara amica sua che sterilizza le randagie gratis il giovedì, se le porti prima delle tre. Nel trasportino non ce l'ho fatta entrare, graffiava come una dannata, e allora ho usato il sacco di iuta delle patate — ci ho fatto due buchi per farla respirare." Alza le spalle. "Lo scatolone era per portarla a casa dopo, così non scappava di nuovo per la strada."
Mi sento stupida, in piedi lì con le braccia conserte, ma soprattutto mi sento sollevata, e questo mi fa arrabbiare con me stessa per averci creduto così in fretta.
"Potevi dirmelo, che la portavi a sterilizzare."
"A chi dovevo dirlo? Non parlo con nessuno da quando Iolanda non c'è più, tranne quando il figlio mi chiama la domenica." Lo dice senza amarezza, come un dato di fatto, e questo mi colpisce più di qualsiasi lamento.
Torno a casa e trovo Dario alla finestra, che aspetta. Gli racconto tutto, e lui resta in silenzio un momento, poi dice: "Ma io l'ho vista muoversi nel sacco. Ho sentito il rumore."
"Lo so. Aveva ragione a preoccuparsi anche lei, tesoro. Solo che stavolta è finita bene."
Il giorno dopo prendo un vasetto di marmellata di fichi fatta in casa e lo porto ad Aldo, con la scusa di ringraziarlo per non so cosa — in realtà è solo un modo per bussare alla sua porta senza dover spiegare perché. Lui mi fa entrare in cucina, mi offre un caffè fatto con la moka vecchia, quella con il manico rotto tenuto insieme dal nastro isolante, e per la prima volta lo vedo parlare più di dieci minuti di fila. Mi racconta di Iolanda, di come cucinava le melanzane sott'olio ogni settembre, di come lui non le abbia più fatte da quando lei se n'è andata.
La gatta, che ormai ha un nome — Petra, gliel'ha scelto Dario — dorme su una sedia in un angolo, con l'orecchio strappato che ogni tanto si muove al suono delle nostre voci.
Da quel giovedì, Dario passa da Aldo quasi ogni pomeriggio dopo la scuola, non più per raccogliere le nespole cadute, ma per portare a Petra gli avanzi di pollo che io gli preparo apposta in un sacchettino. Aldo ha finalmente sistemato la maniglia del cancello — l'ho visto io stessa, con la chiave inglese, un sabato mattina — non perché gliel'abbia chiesto qualcuno, ma perché ora, dice, "quel cancello lo apre gente, e deve chiudersi come si deve."







