**La Prima Verifica di Ylenia e il Giallo dello Zainetto**

Avrei voluto non immischiarmi, giuro. Ma quando ho sentito quell’uomo gridare nel cortile della scuola, con la voce rotta come chi sta per perdere qualcosa di più del portafoglio, non sono riuscita a girare l’angolo e andarmene. Facevo la bidella all’istituto “Rita Levi Montalcini” di Bergamo da ventitré anni, e di primi giorni di scuola ne avevo visti abbastanza da sapere che le lacrime dei bambini sanno di merenda schiacciata e di grembiuli nuovi. Ma quella mattina, il 12 settembre, c’era nell’aria un odore diverso. Un odore di paura adulta.

L’uomo si chiamava Daniele. Lo seppi dopo. Era un falegname di Treviglio, quarantun anni, mani larghe e un po’ tremanti. Sua figlia Ylenia, sette anni, era sparita nel giro di cinque minuti. L’aveva lasciata davanti all’ingresso della palestra con lo zainetto giallo a forma di papera — “quello con il becco arancione, non ce l’ha nessun altro”, ripeteva come una preghiera — ed era corso alla macchinetta del caffè, all’angolo con via Sant’Alessandro, a prendere una bottiglietta d’acqua. “Aveva sete, dopo la corsa”, continuava a dire, come se quel dettaglio potesse annullare tutto il resto.

La maestra, una ragazza di ventisei anni al suo primo incarico, lo fissava con il registro premuto sul petto. Si chiamava Eleonora. Aveva duecento bambini in cortile, quindici femmine con il fiocco bianco identico, e nessuna idea di chi fosse quell’uomo che adesso la accusava di non aver sorvegliato sua figlia.

— Io non l’ho mai vista, sua figlia — disse lei, e la voce le uscì più dura di quanto avrebbe voluto. — Lei me l’ha portata? Io i bambini li ho contati. Trenta. Sono tutti qui.

— E Ylenia? — urlò lui. — Ylenia dov’è?

Fu in quel momento che mi avvicinai. Non per coraggio: per fastidio. Perché conoscevo quel cortile come il palmo della mia mano, e sapevo che dietro la scuola, vicino al vecchio tiglio che pende sul muretto di cinta, c’era un posto dove i bambini andavano a nascondersi quando non volevano farsi trovare. Soprattutto per colpa di un gatto.

— Venga — dissi soltanto.

Lui mi guardò come si guarda un orologio quando non si sa più che ora è. La maestra rimase indietro, a sorvegliare i suoi trenta. Io e Daniele percorremmo il corridoio laterale, quello con le piastrelle verdi fino a metà parete e i cartelloni sui dinosauri già mezzi scollati. Le sue scarpe facevano un rumore irregolare, come se una gamba pesasse più dell’altra. Non per un problema fisico: per la paura.

— Se le è successo qualcosa… — mormorò.

— Non le è successo niente — risposi, anche se non ne avevo idea.

E non era vero che non ne avevo idea. La conoscevo, quella paura. L’avevo vista tante volte, nel parcheggio dell’asilo, al supermercato, in stazione. La paura che il mondo si sia preso tuo figlio mentre tu ti voltavi a pagare. La conoscevo bene, perché io una figlia l’avevo persa davvero, vent’anni prima, non per distrazione ma per malattia. E da allora ogni bambino sparito per cinque minuti mi sembra un figlio mio.

Arrivammo sul retro. Non c’era nessuno vicino al tiglio, ma sull’asfalto c’era uno zainetto giallo, appoggiato con cura contro il tronco. E sopra, sul ramo più basso, c’era un gattino grigio, aggrappato con le unghie alla corteccia, che miagolava con il collo allungato.

— Lo zainetto! — esclamò Daniele, e per un attimo pensai che stesse per mettersi a correre.

Ma Ylenia non c’era.

Solo il gatto. E lo zainetto. Il cuore mi fece una cosa che non vi so spiegare: non era tachicardia, era come se qualcuno avesse aperto una finestra nel petto e ci avesse fatto entrare tutta l’aria di settembre.

— Dov’è? Dov’è? — ripeteva lui.

Fu allora che la vedemmo. Ylenia sbucò da dietro l’angolo della palestra, le scarpette bianche già sporche di terra, il fiocco leggermente storto, una foglia secca incastrata tra i capelli. Aveva in mano qualcosa. Una ciotola di plastica rossa, di quelle che si usano per l’acqua.

— Papà! — disse, e il tono era insieme allegro e sgridato, come quando si è felici di vederti ma si ha fretta. — Il gattino non scende! Ho preso l’acqua in palestra, ma non vuole bere.

Daniele si inginocchiò sull’asfalto. Non l’abbracciò subito, no. La guardò da capo a piedi, come si controlla un mobile appena restaurato, per vedere se c’è qualche graffio. Poi le prese la ciotola dalle mani, la posò per terra, e si sedette anche lui.

— Dove sei andata? — le chiese, e la voce gli tremava meno. — Ti ho persa. Io… io ti ho persa.

— Sei andato a prendere l’acqua anche tu? — chiese lei.

— Sì. Non dovevo.

La bambina guardò il gatto. Il gatto guardò lei. Poi, con un movimento lento e solenne, il gattino allungò una zampa anteriore, poi l’altra, e si calò dal ramo con la goffaggine dei piccoli, atterrando a pochi centimetri dalla ciotola. Ylenia non lo toccò. Stette ferma, in punta di piedi, con le mani giunte all’altezza del mento, come se stesse assistendo a un miracolo.

— Hai visto? — disse a suo padre. — Ce l’ha fatta da solo.

— Sì — rispose lui. — Ce l’ha fatta.

Poi si alzò, la prese per mano, e si incamminò verso il cortile. Io raccolsi la ciotola rossa e la posai vicino al muretto, nel punto esatto dove il gatto avrebbe potuto ritrovarla. Passando davanti alla maestra Eleonora, che ci aspettava con le braccia conserte e il registro sempre premuto sul petto, Daniele si fermò.

— Chiedo scusa — le disse. — Ho solo avuto paura.

Lei annuì senza dire niente. Non per freddezza: per stanchezza. Era il suo primo giorno, e il primo giorno era durato già tre anni.

— Tu stai attento — disse la maestra a Ylenia, chinandosi. — La prossima volta chiedi a un adulto, prima di andare dietro la scuola.

— Ma papà mi dice sempre che devo aiutare chi è in difficoltà — rispose lei, con una logica così perfetta che per un istante nessuno seppe cosa rispondere.

Il giorno dopo, nel cortile, trovai Daniele seduto sulla panchina con un sacchetto di croccantini per gatti. Era mercoledì, il sole picchiava ancora come a luglio, e il gatto grigio era di nuovo lì, accucciato all’ombra del tiglio. Lui mi vide e si spostò per farmi spazio.

— Ieri non l’ho sgridata — disse, senza guardarmi. — Non ce l’ho fatta. Non dopo averla ritrovata così. Che faccio, la sgrido perché ha cercato di salvare un gatto?

— Non tocca a me dirlo — risposi. — Io sono solo la bidella.

— Lei ha una figlia? — chiese.

Abbassai lo sguardo sul marciapiede. C’era una formica che trascinava una briciola di cornetto, e per un attimo non seppi se rispondergli. Poi, molto lentamente, dissi:

— L’avevo.

Lui rimase zitto. Aprì il sacchetto, versò un po’ di croccantini nel palmo della mano e li lasciò cadere sull’asfalto, uno alla volta, come se contasse il tempo che passa. Il gatto si avvicinò con le zampe rigide, incerto, poi piegò la testa e cominciò a mangiare.

— Mi dispiace — disse Daniele.

— Anche a me. Ma ti abitui.

Era una bugia, e lo sapevamo entrambi. Non ci si abitua mai. Si impara solo a camminare dritti mentre dentro c’è un cortile di scuola vuoto. Ma non lo dissi. Perché certe cose non si dicono al primo giorno di scuola.

Quella sera, prima di chiudere il cancello, passai a controllare il retro. La ciotola rossa era ancora là, piena d’acqua pulita. Qualcuno l’aveva riempita da poco, perché l’acqua era fresca e limpida, e vicino c’era un bigliettino piegato in quattro, scritto con una grafia incerta di sette anni: “Per il gatto. Non togliete. Ylenia.”

Lo lasciai dov’era. E l’indomani, aprendo la scuola alle sette e dieci, la ciotola era di nuovo piena. Così il giorno dopo. E quello dopo ancora.

Non so se Ylenia sia stata sgridata, alla fine. Non so se il gatto grigio avesse un padrone o se fosse randagio. So soltanto che da quel 12 settembre, ogni mattina, prima di suonare la campanella, controllo che dietro il tiglio ci sia una ciotola piena. E se non c’è, la riempio io.

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