Marta teneva il telefono acceso sul comodino tutta la notte, con il volume al massimo, da quando Sofia aveva compiuto diciotto anni e se n'era andata a Milano per lavorare in un negozio di scarpe vicino al Duomo. Ogni sera, prima di dormire, le mandava lo stesso messaggio: "Buonanotte, cuore mio." Sofia rispondeva raramente, e quando lo faceva erano due parole, tre al massimo.
Era passato un anno esatto da quel giorno alla stazione di Verona Porta Nuova, quando Sofia era salita sul treno con una valigia troppo pesante per le sue braccia sottili e Marta era rimasta sul binario a guardare i vagoni allontanarsi, con le chiavi di casa strette in tasca fino a lasciarle il segno nel palmo.
Il litigio che aveva preceduto quella partenza era stato il peggiore della loro vita insieme. Marta aveva urlato che Sofia stava buttando via l'università per un ragazzo conosciuto da tre mesi, un certo Andrea che lavorava come cameriere e non aveva finito nemmeno le superiori. Sofia le aveva urlato contro che lei non capiva niente, che l'aveva sempre trattata come una bambina, che a diciott'anni aveva il diritto di sbagliare da sola. Poi aveva detto una frase che a Marta era rimasta incastrata in gola come una lisca: "Non chiamarmi più 'cuore mio'. Non lo sono più, per te."
Da allora Marta continuava a scrivere quelle due parole ogni sera, come una preghiera testarda, anche se sapeva che probabilmente Sofia non le leggeva nemmeno più, o le cancellava subito.
Il negozio di alimentari di Marta, in una traversa di via Cappello a Verona, era rimasto uguale a se stesso per vent'anni: gli stessi scaffali di legno scuro, lo stesso bancone di marmo dove affettava il prosciutto crudo, la stessa campanella sopra la porta che suonava a ogni cliente. Ma da quando Sofia era partita, Marta lasciava sempre due sedie vuote vicino alla cassa, come se sua figlia potesse entrare da un momento all'altro a fare i compiti seduta lì, come faceva da bambina.
Una mattina di ottobre, mentre sistemava le forme di grana sul bancone, il telefono squillò. Non era un messaggio, era una chiamata vera, la prima da mesi. Marta si asciugò le mani nel grembiule e rispose con il cuore che le batteva contro le costole.
"Mamma." La voce di Sofia era diversa, più bassa, più stanca. "Devo dirti una cosa e non voglio che tu urli."
Marta si sedette su una delle due sedie vuote. "Ti ascolto."
"Andrea se n'è andato. Tre settimane fa. Ha preso i suoi vestiti mentre ero al lavoro e non ha lasciato neanche un biglietto." La voce si spezzò a metà frase. "Sono incinta di quattro mesi, mamma. E sono sola in un appartamento che non riesco più a pagare."
Marta strinse il telefono così forte che le nocche diventarono bianche. Per un attimo pensò a tutte le cose che avrebbe potuto dire: te l'avevo detto, lo sapevo, hai visto. Le parole le si affollarono in bocca come clienti alla cassa il sabato mattina. Ma guardò le due sedie vuote, quella dove Sofia faceva i compiti, e scelse solo una frase.
"Prendi il primo treno per Verona. Ti aspetto alla stazione."
"Mamma, non voglio che tu mi giudichi. Non voglio sentirti dire che avevi ragione tu."
"Sofia." Marta si alzò e andò verso la vetrina del negozio, guardando la strada dove passavano i turisti diretti verso la Casa di Giulietta. "Prendi il treno. Ho già preparato la tua stanza, ha le lenzuola pulite da settimane, ogni settimana le cambio anche se sei a duecento chilometri da qui. C'è ancora il tuo orsacchiotto sul cuscino."
Dall'altra parte della linea ci fu un silenzio lungo, rotto solo dal respiro irregolare di Sofia che cercava di non piangere.
"Ti chiamo 'cuore mio' da un anno tutte le sere," disse Marta, "anche quando non rispondevi. Non perché tu fossi ancora una bambina per me. Ma perché lo sei sempre stata, anche adesso che stai per avere un figlio tuo. Le madri non smettono mai di chiamare così i propri figli, qualsiasi errore abbiano fatto, qualsiasi strada abbiano scelto."
Sentì Sofia soffiarsi il naso, poi un rumore di zip, come se stesse già mettendo qualcosa in una valigia.
"Il treno delle 15:40 arriva alle 18:20," disse Sofia. "Puoi venire a prendermi?"
"Sarò sul binario prima che il treno entri in stazione," rispose Marta. "Come l'anno scorso. Solo che stavolta non ti lascio andare via."
Quella sera, prima di chiudere il negozio, Marta tolse una delle due sedie da vicino alla cassa e la portò su, nell'appartamento sopra il negozio, accanto al letto con le lenzuola pulite. L'altra la lasciò dov'era, vicino al bancone di marmo, per quando sua figlia sarebbe tornata a farle compagnia mentre affettava il prosciutto, con in braccio un bambino che avrebbe imparato a chiamare "cuore mio" fin dal primo giorno.







