La Firma sul Frigorifero

Il messaggio arrivò alle quattro del pomeriggio, mentre aspettavo il mio turno davanti allo sportello dell'INPS a Bologna. Avevo davanti una donna con un cappotto color senape che da venti minuti litigava per una pratica di reversibilità, e dietro di me un ragazzo che ascoltava musica a volume tale che sentivo il ritmo attraverso la sua giacca. La sala odorava di caffè stantio e attesa.

«Mi serve che stasera passi a casa a prendere il termostato, mia madre ha freddo e non so come si cambia.»

Era Damiano. Mio marito da ventitré anni. L'uomo che avevo lasciato definitivamente quattro anni prima, l'8 gennaio, quando avevo scoperto il conto corrente svuotato e il mutuo della casa intestato solo a lui, anche se lo pagavo io.

Il numero della prenotazione comparve sul display con un suono secco: C467. Mi alzai, riposi il cellulare nella borsa e mi avvicinai allo sportello con il fascicolo della pensione contributiva stretto sotto il braccio. Quella lettera era l'ennesimo motivo per cui non avevo tempo per Damiano. E nemmeno voglia.

Quando uscii dall'INPS, il cielo era gonfio di pioggia che non si decideva a cadere. Camminai fino alla fermata del 27 in via Lame, schivando una bicicletta con le ceste piene di spesa. Il telefono vibrò di nuovo.

«Allora?»

Digitai mentre saliva una signora con un carrellino della spesa vuoto: «Non vengo. Il termostato lo monti tu o chiami qualcun altro. E se tua madre ha freddo, c'è Mario».

Mario. Il fratello di Damiano, quello che abitava a cinquanta metri da sua madre e non la andava mai a trovare. Quello che si era presentato alla cena di Natale del 2017 ubriaco alle sette di sera, chiedendo soldi a me per il taxi.

Il telefono suonò. Lasciai vibrare. Guardai il nome sullo schermo e riattaccai.

Salii sull'autobus, mostrai l'abbonamento al lettore elettronico e trovai posto accanto a una ragazza con gli auricolari che addentava un pezzo di focaccia. L'odore di cipolla mi fece tornare in mente il pranzo di Pasqua del 2005, a casa della suocera, quando Damiano aveva difeso suo fratello che aveva rovesciato il vino sulle mie lenzuola nuove.

Il secondo squillo arrivò quando ero già in cucina, con il gatto Caius accovacciato sul davanzale e la borsa ancora al braccio.

«Sara, non fare la solita. È mio padre che sta male. Il termostato non c'entra. Devo venire a Bologna e ho bisogno che qualcuno stia con mia madre stanotte.»

Suo padre. Giorgio, ottantadue anni, fumatore da sessanta. Lo avevo ricordato io per quindici anni di prendere le pastiglie della pressione mentre Damiano lavorava fino alle otto. L'ultima volta che lo avevo visto, al funerale di mia cognata, non mi aveva salutato. Si era girato dall'altra parte, appoggiato al muro del cimitero di Casalecchio, con il cappotto scuro di quando andava a messa.

«Mi dispiace per Giorgio. Ma io non sono più la badante della tua famiglia da quattro anni. Chiama un infermiere. Chiama il 118 se è grave.»

La risposta arrivò dopo tre minuti.

«Sei peggiorata. Prima almeno avevi un cuore. Ora non ti importa nemmeno di un vecchio malato. Mia madre diceva sempre che tu sei entrata in famiglia solo per i soldi. Aveva ragione.»

Appoggiai il telefono sul tavolo, accanto a una lettera dell'agenzia immobiliare che mi chiedeva se volessi vendere la casa di Zola. La casa di mia madre. Quella in cui ero cresciuta, con il cancello verde e il fico che ogni agosto riempiva il vialetto di insetti. La casa che Damiano aveva fatto intestare per formare una società, nel 2014, per «proteggere il patrimonio familiare».

Il gatto saltò giù dal davanzale e andò a sedersi accanto alla ciotola, fissandomi con quegli occhi gialli che sembravano sempre in attesa di qualcosa.

Aprii il frigo. Sul ripiano centrale c'era ancora un barattolo di marmellata di prugne fatta da mia suocera nel 2016, quello con l'etichetta scritta a mano e la data segnata con il pennarello viola. Lo avevo tenuto tutti quegli anni, non so perché. Forse per ricordare meglio. Lo tirai fuori e lo guardai. La marmellata si era rappresa in superficie, scura come un livido vecchio.

Ora toccava a me. Non risposi al messaggio. Aprii il portatile e iniziai a scrivere. Non a Damiano, stavolta. Scrissi al mio avvocato, l'avvocato Marchetti, quello che quattro anni prima mi aveva detto: «Signora, in Italia la separazione non ti costerà poco se lui resiste. Ma se riesci a dimostrare l'intestazione fittizia della casa, riprendi tutto».

Non avevo mai dimostrato niente. Avevo lasciato fare, per stanchezza. Per paura? Non per paura di Damiano. Per paura di passare dieci anni in tribunale, di diventare quella donna che tutti guardano con pena, che si vede in televisione e non si sa se è forte o è caduta.

Scrissi: «Voglio riaprire la questione della casa di Zola. E voglio fare domanda di assegnazione ai sensi dell’articolo 181 del codice civile. Voglio che mi rispondiate entro domani, anche con una mail, su cosa serve».

Poi presi un foglio di carta, di quelli buoni che tenevo nel cassetto dei documenti, e scrissi una lista. Non era la lista della spesa. Era una lista che mi aveva insegnato a fare il mio primo avvocato, quello del divorzio di mia sorella:

1. Conto postale 1457862 — bloccare contante.

2. Carta di credito Fiorenzuola — chiudere o sostituire.

3. Garage di Viale della Pace — mettere serratura nuova.

4. Capannone di Trapani 23 (affittato alla società Damiano) — revocare procura.

5. Fotografie della festa di San Martino 2014 — fare copie e inviare al giudice.

Non sono tutti punti belli. Alcuni li avevo scritti e riscritti per anni, senza mai incominciare.

Il telefono vibrò ancora. Era un messaggio vocale di Damiano. Lo ascoltai.

«Senti, io stasera vengo a Bologna. Stasera. Per mio padre. Sei una stronza se non rispondi. Ma almeno dimmi se posso passare a casa, che non voglio stare in un albergo.»

Non risposi. Invece presi un sacchetto nero, di quelli per i rifiuti, e lo aprii davanti al frigo. Buttai dentro la marmellata scaduta, il contenitore di plastica di prima colazione che avevo comprato con Damiano al mercato di San Donato nel 2011, un pezzo di parmigiano con la muffa che stava in fondo al cassetto da due mesi. Strinsi il nodo. Lo portai giù, fino al bidone dell'umido nel cortile. La signora del primo piano, la Balduzzi, annaffiava le piantine di basilico sui davanzali della scala.

«Signora, lo sa che domani c'è sciopero degli autobus?» mi disse.

«Lo so. Prendo la macchina.»

«Eh, ma con la domenica ecologica?»

«Allora vado in bicicletta. Devo solo arrivare in tribunale.»

La Balduzzi mi guardò storta, ma non disse niente. Non sapeva niente di Damiano. Nessuno lo sapeva, in quel palazzo. Lo sapevo solo io, e forse mia sorella. E ora lo sapeva anche il mio avvocato, che mi aveva risposto con una mail lunga due righe: «Domani mattina alle 9.30, studio. Porti tutto».

La notte dormii poco. Il gatto si accucciò sulle mie gambe per un po', poi se ne andò senza motivo. Mi alzai alle sei, feci il caffè, guardai la pioggia dalla finestra. Erano venuti giù anche i fiori del balcone, quelli che piantavo per mia madre, che una volta mi aveva detto: «Se non hai nemmeno un vaso che fiorisce, come fai a sapere che la vita continua?»

A lei la vita non era continuata fine a quel giorno. Non in quel palazzo. I suoi vestiti li avevo dati alla Caritas di Borgo Panigale. Le sue scarpe, quelle con la suola di para, le avevo buttate in un cassonetto di via Delle Rose. Di suo non mi era rimasto quasi niente, solo una scatola di lettere e il fico.

Damiano non si fece più sentire. Solo un messaggio alle undici di sera: «Sei tu che mi obblighi a fare il più scomodo. Domani parlo io con Marchetti. Lui mi conosce da una vita». Marchetti lo conosceva da una vita, sì. Da quando mi aveva seguita in tribunale per un procedimento che si era chiuso con un nulla.

Alle nove e mezza di fatti entrai nello studio di Marchetti, in Strada Maggiore. L'ultima volta che c'ero stata era il 15 novembre 2019. Mi ero presentata con un cappotto che mi aveva comprato mia madre e una borsa in cui non c'era più nemmeno un centesimo. Lui mi aveva offerto un tè. Aveva guardato i documenti e aveva detto: «Signora, se vuole posso rinviare. Ma se mi dà il mandato, non ci si volta indietro».

Non glielo avevo dato. Ero andata a casa, avevo pianto davanti a uno specchio, e per tre giorni non ero uscita. Poi avevo deciso che potevo continuare come prima. E per altri quattro anni avevo continuato.

Stavolta no. Sulla scrivania c'erano tutte le carte. Le fatture del mutuo, le bollette intestate a me, le ricevute dei bonifici che avevo fatto alla società di Damiano per «ristrutturare» la casa di Zola. Una montagna di carta straccia che odorava di polvere e di tabacco vecchio.

Marchetti guardò tutto. Poi si tolse gli occhiali e mi disse: «Mi serve la firma sulla procura. E mi servono i contatti di quel perito che vi fece la valutazione nel 2014».

«Non so più dove sia.»

«Chieda in agenzia. La conoscono tutti.»

Prese il telefono di studio, compose un numero. Lo sentii parlare piano, con un tono che non ammetteva repliche. Poi posò il ricevitore.

«Se vuole, posso chiedere un sequestro conservativo. Ma deve dimostrare il danno. Lei ha le prove. È una causa che dura due anni, forse tre. Ma il giudice, con queste carte, il sequestro lo concede.»

«Io non voglio un sequestro. Io voglio che mi rimborsino i ventinove anni di mensilità del mutuo. E voglio che la casa di Zola torni a me. Anche se deve venire giù un muro.»

Marchetti sorrise. Non aveva mai sorriso con me. Mi feci dare un bicchiere d'acqua. Avevo la gola secca, ma non era nervosismo. Era come quando, dopo un lungo digiuno, bevi il primo sorso: qualcosa dentro riprende a vivere.

Firmai la procura con la penna del tavolo. Lui scrisse il numero di protocollo e mi disse: «Ora non deve fare niente. Non risponda a Damiano, non firmi nessun altro foglio, non apra la porta a nessuno che non sia suo marito in bagno». Mi scappò da ridere, non so perché. Poi mi alzai e andai al bar sotto l'arcata, ordinai un caffè e una pasta di quelle del forno che producono lì da cinquant'anni.

Il pomeriggio passò in un modo strano. Misi in ordine la cucina, spolverai i libri di mia madre, passai l'aspirapolvere per la terza volta in una settimana. Mi sembrava di riprendere possesso di qualcosa che era mio da sempre, ma che per troppo tempo era rimasto sotto il controllo di un altro.

La telefonata arrivò alle quattro e mezzo. Era il numero della casa di riposo di San Lazzaro.

«Signora, mi dispiace. Giorgio è morto alle 14.20. Il figlio, Damiano, ci ha chiesto di avvisarla perché deve occuparsi dei funerali.»

Chiusi la chiamata e mi sedetti. Per un attimo pensai di non provare niente. Poi mi resi conto che stavo piangendo. Non per Giorgio. Non per Damiano. Per quella donna che per ventiquattro anni aveva passato i pomeriggi in quella casa di riposo, leggendo il giornale accanto a un vecchio che non le rivolgeva la parola, portando arance e cioccolata, e che non era mai stata ringraziata una volta.

Alle cinque e un quarto il telefono squillò ancora. Damiano.

«Ecco. Papà è morto. E tu non sei venuta. Nemmeno questa volta. Chissà cosa avrai da fare.»

«Lo so. Mi ha chiamato la casa di riposo.»

«Senti, voglio solo che tu sappia che tutti in famiglia ti considerano responsabile. Se tu fossi rimasta, forse…»

«Damiano. Tuo padre aveva il cancro da quattro anni. Io non c'entro niente con il cancro. Io c'entro con ventinove mensilità del mutuo, ventitré Natali a casa tua madre e una marmellata di prugne scaduta nel 2019.»

Lui rimase in silenzio per qualche secondo. Poi: «Non capisci niente, come al solito».

«È vero. Non capisco. Ma ora so una cosa che prima non sapevo: i miei soldi, le mie case, le mie sveglie alle sei di mattina non sono serviti a niente. Non a te e non a tua madre. E non mi sono serviti nemmeno a me.»

Riattaccai. Poi aprii il portafoglio, tirai fuori la vecchia foto di nozze che tenevo nel taschino da secoli. La strappai in quattro pezzi. Li gettai nel camino in salotto, insieme a una ricevuta del meccanico del 2015 che era rimasta nel cassetto. Accesi un fiammifero. Guardai bruciare la carta. Il gatto si avvicinò al fuoco, si sedette e socchiuse gli occhi.

Il giorno dopo, al funerale di Giorgio, non andai. Lo seppi da una vicina, la sera. C'era stato Damiano, suo fratello Mario, la vecchia guardia del bar di Zola. Nessuno era venuto a chiedermi niente. E per la prima volta in ventitré anni, non me ne importava.

La casa di Zola è tornata a me il 3 giugno. Il giudice ha disposto la restituzione, e Damiano ha dovuto firmare davanti a me. Aveva il maglione buono, quello che gli avevo regalato per Natale nel 2017, con una macchia di vino sulla manica. Non l'aveva mai messo. Ora non lo toglieva mai. Il perito ha stimato la casa a centottomila euro. Il mutuo residuo era di trentadue. Io ho pagato la differenza. Con i miei risparmi. Senza dire niente a nessuno.

L'ultima cosa che ho fatto è stata cambiare la serratura del cancello verde. Ora so che posso dormirci, in quella casa. Posso raccogliere i fichi. Posso piantare i fiori sul balcone. E posso, ogni settimana, andare al cimitero e posare un vaso davanti alla fotografia di mia madre, senza che qualcuno mi guardi male.

Damiano ha venduto la sua parte? Non lo so. Non mi interessa. Il fico è tornato a fare gli insetti sul vialetto, come quando ero bambina. E io, per la prima volta da ventitré anni, ho dormito dieci ore di fila. La marmellata non la mangiavo da anni. Ma quel barattolo non l'ho dimenticato. L'ho buttato, quel pomeriggio, mentre la pioggia cominciava a cadere sulla via del palazzo. Non so nemmeno io perché, ma mi è sembrato il gesto più importante della mia vita.

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