Cinquantatremila euro a fondo perso

La cartella rossa di mia sorella era ancora lì, sul tavolo della cucina, intatta da tre giorni. L'aveva portata nostra madre lunedì pomeriggio, con la solita aria da ambasciatrice in missione. Dentro c'erano fotocopie di estratti conto, ricevute, un foglio scritto a mano. L'ho aperta una volta sola, ho visto la cifra in fondo alla pagina — cinquantatremila euro — e l'ho richiusa.

Ora la guardavo da sopra la tazzina del caffè. Fuori pioveva da due giorni, una pioggerella sottile da novembre bolognese, di quelle che ti entrano nelle ossa. Il riscaldamento faceva rumore, un ticchettio irregolare che scandiva il silenzio dell'appartamento. Paolo era in bagno, si stava facendo la barba. Il rasoio elettrico ronzava piano, una presenza familiare.

Ho pensato: tre anni. Tre anni di stipendi accantonati, di ferie non fatte, di cene fuori contate sulle dita di una mano. Eravamo arrivati a quasi diciottomila euro. Il viaggio in Giappone che avevamo prenotato costava quattromila e seicento a testa, volo e albergo. Per una volta, un cazzo di viaggio vero. Non Riccione, non la solita pensione dalla zia. Il Giappone.

La porta del bagno si è aperta. Paolo è uscito con l'asciugamano sulle spalle, i capelli ancora bagnati. Ha guardato la cartella rossa, poi me.

— L'hai riletta?

— No.

— Hai deciso?

— Non c'è niente da decidere.

Mi sono alzata, ho aperto il frigo. C'era una confezione di yogurt scaduta da un giorno. L'ho buttata, ho guardato fuori dal balcone. La signora del piano di sotto stava ritirando il bucato sotto la pioggia, imprecava tra sé. Ogni tanto la vita degli altri ti sembra più semplice solo perché non la conosci.

Mia sorella Giulia. Debiti per cinquantatremila euro. Prestiti al consumo, una finanziaria che passa per essere più aggressiva delle altre, interessi che si sommano agli interessi. Nostra madre è venuta a dirmi che non posso partire, che non è umano lasciare una sorella nell'angoscia mentre io vado a passeggiare sotto i ciliegi. Me l'ha detto con quella voce che usa da quando mio padre se n'è andato, una voce che non chiede mai, pretende.

Non le ho risposto male. Le ho chiesto se Giulia ha mai pensato a come ha fatto a mettersi in questa situazione. Nostra madre si è messa a piangere. Io sono rimasta seduta, le ho versato un bicchiere d'acqua. Non l'ho toccata.

Non è che non voglio bene a mia sorella. È che ho cominciato a fare i conti con la calcolatrice del telefono, una sera, mentre Paolo dormiva. Ho inserito le cifre che mia madre aveva scritto a mano, le stesse che poi ho ritrovato nella cartella rossa. Cinquantatremila euro. Dieci anni di rate da cinquecento euro al mese. Nei fogli non c'erano solo i debiti. C'erano anche i movimenti: due viaggi a Parigi sette mesi fa, un iPhone da milleduecento comprato a ottobre, l'abbonamento annuale all'estetista. Non sono io che giudico. Sono i fatti.

Il campanello ha suonato alle sette e mezza di sera. Paolo era in cucina che preparava la cena, ha smesso di tagliare i pomodori. Ci siamo guardati.

— Aspettiamo qualcuno? — mi ha chiesto.

— No.

Sono andata al citofono. La voce di Giulia era bassa, strozzata, con quella cadenza da vittima che conosco da quando eravamo bambine e lei piangeva per farmi dare l'ultimo pezzo di crostata.

Sono scesa ad aprire. Sono rimasta sulla porta, senza farla entrare.

— Ciao, Vale. Ti prego, ascoltami.

— Ti ascolto.

— Non posso farcela da sola. La finanziaria mi ha mandato un'altra lettera. Dicono che se non pago entro il mese prossimo, partono con il pignoramento. Mi distruggono.

Diceva le parole giuste, ma le diceva come un'attrice che ha imparato la parte. Aveva le unghie rifatte. Gel bordeaux, perfetto. Il piumino era nuovo, di marca, lo stesso che avevo visto in vetrina in via Rizzoli due settimane prima a trecentotrenta euro. Mi è venuto da ridere, ma non ho riso.

— Giulia, quanto hai speso per la messa in piega stamattina?

— Cosa?

— Quanto costa farti i capelli dal parrucchiere?

Ha fatto un passo indietro, come se l'avessi schiaffeggiata.

— Centoventi euro, Giulia. So quanto costa. Vai sempre dallo stesso, quello in via San Carlo. Centoventi euro. E poi vieni qui a dirmi che ti distruggono.

Lei ha aperto la bocca, l'ha richiusa. Poi ha attaccato con le lacrime. Questa volta vere, credo. Ma non mi sono mossa.

— Io non ti do i soldi, Giulia.

— Non chiedo tutti i soldi. Solo un aiuto. Diecimila. Quindicimila. Quello che puoi.

— E poi? Tra sei mesi torni a chiedermene altri? Perché hai sempre fatto così. Da quando hai smesso di lavorare alla Coop, e ogni volta era colpa di qualcun altro. Del capo, della crisi, della sfortuna. Mai tua.

— Tu non sai cosa vuol dire essere me.

— No. E non voglio saperlo.

La pioggia si era infittita. Dalla strada arrivava l'odore di asfalto bagnato e diesel. Un ragazzo passava in motorino, chissà dove andava con quel tempo. Ho sentito Paolo che mi chiamava dal piano di sopra: — Valeria, tutto bene?

— Tutto bene.

Giulia ha fatto un passo avanti, ha provato a prendermi la mano. Io l'ho ritratta.

— Ti prego, Vale.

— Ti aiuto in un modo diverso. Ti pago un commercialista. Ti faccio mettere a posto i conti, ti preparo un piano di rientro. Ti ci porto io, se vuoi. Ma non ti dò un euro.

— Un commercialista… — ha ripetuto, come se le avessi offerto un biglietto per la luna.

— Sì. E un avvocato, se serve. Così non ti pignorano niente e cerchi un accordo. Ma i conti li ripaghi tu. Con i tuoi soldi. Perché se li ripago io, tra tre anni sei di nuovo qui. E io non voglio passare i prossimi dieci anni a essere la tua banca.

Lei mi ha guardato a lungo. Non piangeva più. Aveva uno sguardo duro, la bocca piegata. Quello sguardo l'ho già visto, una volta, quando avevamo discusso l'eredità della nonna. Lei voleva vendere tutto subito. Io volevo aspettare. E alla fine aveva fatto di testa sua.

— Sei la mia sorella, Valeria.

— Appunto.

Non ha aggiunto altro. Si è girata, ha aperto l'ombrello, è sparita sotto la pioggia. L'ho seguita con gli occhi fino all'angolo della via. Poi sono risalita.

Paolo non ha chiesto nulla. Ha finito di tagliare i pomodori, ha messo su l'acqua per la pasta. Io sono rimasta in piedi vicino alla finestra, con le spalle al muro freddo. Poi ho preso il telefono dalla tasca e ho scritto un messaggio a mia madre: «Parlo con te domani. Non vieni qui. Senza Giulia.»

La risposta è arrivata dopo tre minuti. «Va bene.»

Il giorno dopo, alle undici, ci siamo viste al bar sotto i portici. Mia madre aveva l'espressione di chi ha già perso e non lo accetta. Ho appoggiato la cartella rossa sul tavolino di formica. Lei non l'ha toccata.

— L'ho letta, mamma. Tutta.

— Allora capisci perché ti ho chiesto di non partire.

— Sì. E capisco anche che Giulia ha speso seimila euro in sei mesi in vestiti, parrucchiere e viaggi. Mentre piangeva per i debiti.

— Non è così semplice.

— Lo è. I numeri sono numeri.

Ho aperto la cartella, ho girato i fogli fino a trovare la pagina con i movimenti bancari. Gliel'ho messa davanti. Lei l'ha guardata e poi ha distolto gli occhi. Non voleva vederla. Perché se la guardi, non puoi continuare a fare la madre che protegge la figlia fragile. Devi fare i conti con una verità scomoda: che Giulia non è fragile, è irresponsabile. E che non cambierà finché qualcuno continuerà a pagare.

— Non le do i soldi. Questo è deciso.

— Valeria, è tua sorella…

— Le offro un commercialista. Le pago il professionista, mamma. Non è poco. Le pago qualcuno che la aiuti a risolvere. Ma il debito è suo.

Mia madre ha preso la tazza del cappuccino, ha bevuto un sorso, l'ha posata. Le sue mani tremavano. Non so se per la rabbia o per la vecchiaia. Forse tutte e due.

— E il viaggio?

— Partiamo domani.

— Non puoi.

— Posso.

— Ti pentirai.

— No, mamma. Non mi pentirò. Mi pentirei se restassi.

Non avevo altro da aggiungere. Mi sono alzata, ho messo i soldi sul tavolo per il caffè, due euro e ottanta. Lei mi ha fermato con una mano sul polso.

— Tua sorella ha sempre avuto bisogno di te.

— Tua figlia ha sempre avuto bisogno di te. E tu le hai insegnato che c'è sempre qualcuno che paga al posto suo.

Le ho liberato il polso, dolcemente. Sono uscita dal bar.

Il volo era alle sei e venti del mattino. Siamo usciti di casa che era ancora buio, con le valigie e gli zaini. L'aeroporto di Bologna era semivuoto a quell'ora, le luci al neon si riflettevano sul pavimento lucido. Paolo ha preso i panini al bar, io ho guardato il tabellone delle partenze. Tokio, via Francoforte. Imbarco tra venti minuti.

Ho pagato il parcheggio con il telefono. Poi ho mandato un messaggio a Giulia. Era lungo, l'avevo scritto e riscritto la sera prima, seduta sul letto mentre Paolo dormiva.

«Quando torni, ti porto io dal commercialista. Ti aiuto a sistemare le carte. Non è carità, è fare i conti con la realtà. I soldi per i debiti li trovi da sola, con le tue forze. È l'unico aiuto vero che posso darti.»

Ho spento il telefono e l'ho messo nella borsa.

All'imbarco ho guardato Paolo. Aveva gli occhi lucidi dall'emozione, come un bambino. Lo amavo per questo: per come sapeva aspettare le cose belle senza smettere di crederci.

— Ce l'abbiamo fatta, — ha detto.

— Sì.

La hostess ha preso la mia carta d'imbarco. Io ho pensato a mia madre, seduta al bar con la cartella rossa davanti. L'ho lasciata lì. Che se la tenga.

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