I file la borsa della spesa e i tacchi bassi di Rosaria

Sette centimetri e mezz'etto di annurche

— Sette, li ho misurati — mi disse Rosaria, appoggiando le mani sul bancone della cassa tra una fila di clienti e l'altra. — Con i tacchi bassi che porto sempre. Se mi metto quelli col tacco alto, la differenza si vede da lontano.

Lavorava alla cassa del Conad di via Foria, a Napoli, da diciannove anni — diciannove, non venti, ci teneva a precisarlo, come se l'anno mancante fosse un piccolo orgoglio suo — e quel pomeriggio di ottobre, tra uno scontrino e l'altro, mi stava raccontando di Gennaro, conosciuto al corso di ceramica del centro anziani, anche se lei di anziano non aveva nulla: il corso costava otto euro a lezione ed era l'unico che si potesse permettere il martedì sera. Stessa età, elettricista, più basso di lei di sette centimetri esatti.

Gennaro ci stava male. Non lo diceva apertamente, ma lei se n'era accorta dai gesti: quando camminavano insieme per il Vomero, lui scivolava sempre un passo avanti, come per stemperare il confronto diretto. Alle foto si scansava, cercava l'inquadratura più bassa. Una sera, davanti al portone di lei, in via Salvator Rosa, le aveva detto piano: "Mi dispiace di essere così basso per te."

Rosaria mi raccontò tutto questo tenendo in mano un sacchetto di mele annurche che doveva ancora pesare, dimenticandosene per un buon minuto.

— E tu che gli hai risposto? — le chiesi.

— Niente. L'ho abbracciato. Cosa dovevo dire? Che l'altezza non conta niente sarebbe stata una bugia facile, di quelle che si dicono e basta. Io gli ho detto la verità: che mi importa di come mi guarda quando parlo, non di quanto è alto quando sta zitto.

Rosaria e Gennaro sono stati insieme sei mesi. Poi lei si è accorta che il problema non era mai stato davvero il tacco.

Successe una domenica di marzo, a pranzo dai genitori di lei, a Pomigliano d'Arco. C'era anche una cugina di Rosaria, Immacolata, alta un metro e ottanta, che si era seduta accanto a Gennaro semplicemente perché era l'unico posto libero rimasto. Nessun secondo fine, una sedia e basta.

Gennaro per tutto il pranzo non le rivolse la parola. Rispondeva a monosillabi, si versava il vino da solo senza offrirlo a nessuno, controllava di continuo il cellulare come se aspettasse una chiamata urgente che non arrivava mai. Alla fine del pranzo, mentre Rosaria sparecchiava, lui le disse sottovoce, in cucina: "Con quella lì al tavolo mi sono sentito una nullità. Tua cugina è alta il doppio di me."

Rosaria mi disse che in quel momento capì una cosa che prima le era sfuggita: non era lei il problema, e nemmeno i sette centimetri. Il problema era che Gennaro misurava se stesso contro chiunque gli capitasse a tiro, e ogni volta che il metro non tornava a suo favore, qualcuno doveva pagarne il conto — lei, per prima.

Le settimane dopo furono un elenco di piccole cose che, messe una dietro l'altra, facevano un disegno chiaro. Lui le chiese di non indossare più i sandali con la zeppa alla festa del suo collega elettricista. Le disse che preferiva se, alle foto di gruppo, lei si metteva un gradino più indietro. Una sera, al ristorante di pesce a Mergellina, il cameriere chiese scherzosamente "che taglia porta la signorina", riferendosi all'altezza per una battuta sul menu, e Gennaro si alzò e uscì fuori a fumare, lasciandola sola al tavolo per venti minuti buoni.

Rosaria pagò il conto quella sera. E da lì cominciò a fare i conti, quelli veri: quanto le costava, in tranquillità, restare con un uomo che aveva bisogno di rimpicciolirla per sentirsi alla sua misura.

La chiusura arrivò un sabato di giugno. Gennaro le propose di andare a convivere in un bilocale in affitto a Secondigliano, seicentoventi euro al mese più spese, da dividere a metà. Le disse che intanto lei avrebbe potuto lasciare il lavoro al Conad — "tanto con lo stipendio mio si tira avanti" — e dedicarsi a "sistemare la casa", come diceva lui.

Rosaria capì che non era una proposta d'amore. Era una richiesta di farsi più piccola su ogni fronte: fisico, economico, di presenza. Gli disse di no, lì per lì, in piedi nel corridoio del bilocale che stavano visitando insieme con l'agente immobiliare ancora in mezzo alle stanze vuote.

Tre giorni dopo andò in banca, alla filiale BNL di piazza Carlo III, e verificò che il suo conto cointestato di risparmio — quello aperto insieme a Gennaro per "il futuro", con dentro milleduecento euro messi da parte in otto mesi, settecento dei quali erano suoi — fosse ancora sotto la sua firma singola per i prelievi superiori ai cinquecento euro, com'era stato pattuito all'apertura. Lo era. Chiese lo scioglimento della cointestazione e il trasferimento della sua quota su un conto solo suo. L'impiegata le fece firmare due moduli e le disse che in tre giorni lavorativi sarebbe stato fatto.

Rosaria tornò a casa, in via Salvator Rosa, con la busta della banca ancora in mano, e cambiò la serratura del portone — non quella dell'appartamento, che era sempre stata solo sua, ma quella del box in cortile dove Gennaro teneva ancora l'attrezzatura da elettricista, perché gliel'aveva chiesto lei stessa in prestito mesi prima. Fece un secondo mazzo di chiavi solo per sé e lasciò un messaggio a Gennaro: poteva passare il sabato successivo, tra le dieci e mezzogiorno, a riprendersi le sue cose. Non prima, non dopo.

Lui si presentò puntuale, il sabato, con la faccia di chi si aspettava ancora un ripensamento. Rosaria lo aspettava fuori dal portone, con un caffè preso al bar sotto casa ormai freddo in mano. Non lo fece entrare. Gli passò lo scatolone con gli attrezzi, gli restituì le chiavi vecchie del box, e gli disse, senza alzare la voce, che i settecento euro rimessi sul suo conto le sarebbero serviti per il corso di ceramica avanzato, quello del giovedì, ottantacinque euro al mese, che finalmente poteva permettersi da sola.

Gennaro rimase davanti al cancello un minuto buono, con lo scatolone in braccio che gli scivolava piano verso il fianco. Poi si sistemò meglio il carico e si avviò a piedi verso la fermata della metro di Montesanto. Rosaria finì il caffè freddo in un sorso, buttò il bicchierino di carta nel cestino accanto al citofono, e rientrò a richiudersi il cancello alle spalle.

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