La cura dell’invisibilità

Lo so, lo so. Adesso mi guardate e pensate: “Ecco un gatto grasso e viziato che dorme tutto il giorno sul termosifone”. E in parte è vero. Ma non è sempre stato così. C’è stato un autunno, due anni fa, in cui ho salvato una vita. Anzi no: ho salvato una persona dallo svanire nel nulla. E se oggi Lucia ha le guance rosa e ride forte al telefono con le amiche, be’, è anche merito mio. Anche se, a dirla tutta, ho rischiato di combinare un casino. Ma andiamo con ordine.

A quei tempi ero un randagio di periferia. Torino, zona Porta Palazzo. Sapete, il posto giusto per un gatto senza collare: mercati, bancarelle, rifiuti gastronomici di alto livello. Ma quel giorno pioveva da schifo. Un’acqua gelida che mi appiccicava il pelo arancione addosso e trasformava ogni cartone in una spugna. Me ne stavo accucciato sotto una panchina di piazza della Repubblica, con l’umore sotto i piedi. Avevo fame. Il mio piano B era frugare dietro il banco del pesce, ma il temporale aveva allagato tutto. Sentivo l’odore di frittura mista provenire da un chiosco e mi stavo seriamente chiedendo se valesse la pena tentare un furto con destrezza.

Fu allora che la vidi.

Una donna. Sembrava uscita da un negozio di alimentari: in mano teneva un sacchetto di carta da cui spuntava un mazzo di sedano. Indossava un impermeabile beige troppo leggero per quella pioggia. E mentre si avvicinava, notai una cosa che mi fece rizzare il pelo. Attraverso le sue spalle vedevo perfettamente la saracinesca abbassata del negozio di scarpe dietro di lei. Non solo: vedevo anche il graffito blu sul metallo. Santa polenta, pensai. È trasparente.

— Micetto? — disse con una voce che sembrava arrivare da molto lontano. Si chinò. Il sacchetto frusciò. Le sue dita, pallide e quasi inconsistenti, frugarono dentro. — Ho della mozzarella, ti va?

Io, di solito, non mi faccio pregare. Ma ero ipnotizzato. Allungò la mano — una mano da cui intravedevo i sanpietrini bagnati — e mi porse un pezzetto di mozzarella. Roba buona, di bufala. L’annusai, poi lo presi. Le sue labbra si piegarono appena in su.

— Bravo. Domani torno, se non mi sento troppo stanca. Ultimamente… non so, mi sembra di non esistere.

E se ne andò, fluttuando sulle pozzanghere senza quasi schizzarle. La osservai sparire dietro l’angolo di via Milano. No, non era un fantasma. I fantasmi non puzzano di basilico e non portano sedano. Era viva. Solo… sbiadita. Come una fotografia lasciata al sole.

Quella notte non riuscii a dormire. Ripensavo a lei, a quella frase: “Mi sembra di non esistere”. C’era qualcosa di profondamente rotto in quella donna. E l’unico che poteva spiegarmelo era lui: Ombra.

Ombra era un gatto nero vecchissimo che viveva nel sottopalco del Teatro Juvarra, un gioiello liberty abbandonato da vent’anni. I gatti del quartiere lo evitavano. Dicevano che era matto, che parlava con i topi, che conosceva il giorno esatto della morte della gente. Io ci avevo avuto a che fare una volta, quando ero cucciolo, e mi aveva sputato addosso una specie di profezia sulla mia coda (“La perderai in uno scontro con un’auto, ma dopo troverai una cuccia di velluto”, qualcosa del genere). Era inquietante, sì. Ma era l’unico che sapesse leggere le cose invisibili.

Lo trovai acciambellato su una poltrona sfondata, nel palco centrale. Dalle crepe del soffitto filtrava la luce gialla di un lampione. Lui aprì un occhio solo, giallo come la bile.

— Sei tu, pel di carota. Ancora con quella coda attaccata al culo, vedo.

— Ombra, ho visto una donna. Era… — esitai. — Era mezza sparita.

L’altro occhio si spalancò. Si leccò una zampa con calma esasperante.

— Ah, quella roba lì. Succede quando un umano non serve a nessuno. Quando esce e rientra e nessuno controlla l’orologio. Prima diventano trasparenti, poi muti, e alla fine — sputò una pallina di pelo sul velluto — neanche l’ombra. Spariti.

Sentii una morsa allo stomaco. — Si può fermare?

— Basta che qualcuno abbia bisogno di lei. Un cane, un bambino, un vecchio. O anche un gatto. — Mi fissò con un lampo sarcastico. — Ma non un gatto qualunque. Uno che sappia farsi volere bene sul serio. Non come te, che mangi e scappi.

Non dissi nulla. Mi rodeva, ma aveva ragione. Così me ne tornai sotto la pioggia, con un piano assurdo che mi frullava nella testa. Quella donna — dovevo scoprire dove abitava, dovevo farmi adottare. Dovevo diventare la sua cura.

Il giorno dopo, stesso posto, stessa panchina. Il sole non c’era, ma aveva smesso di piovere. Lei arrivò puntuale, sempre col suo impermeabile triste. Appena mi vide, si fermò.

— Oh. Sei ancora qui.

Miao. Cosa dovevo dire? Mi strusciai contro le sue caviglie, facendo le fusa come un motorino. Lei sospirò. Posò il sacchetto, si chinò e mi prese in braccio. Attraversammo il portone di un palazzo di ringhiera in via Cernaia. Io tremavo, e non solo per il freddo. Avevo paura di passarle attraverso, di cadere. Invece no. Le sue braccia, per quanto esili, mi tenevano saldo.

L’appartamento era al secondo piano. Piccolo, ordinato, ma grigio. C’era una sola tazza sul tavolo, una mensola con due libri impolverati, una pianta di basilico moribonda sul davanzale. E uno specchio opaco all’ingresso, dove lei si fermò un attimo, come se non riconoscesse più la sua immagine. Mi depositò sul pavimento.

— Allora, micio. Ti preparo qualcosa. Resti qui?

Io mi leccai una spalla con noncuranza. Certo che resto, scema. Da quel momento, la missione ebbe inizio.

I primi giorni furono uno stillicidio. Lucia — così si chiamava — tornava dal lavoro in biblioteca e si sedeva sul divano a fissare il muro. Io le saltavo in grembo, facevo le fusa, le davo testate sulle mani. Lei reagiva solo a tratti. Mi accarezzava come se stesse spolverando un soprammobile. Ma io insistevo. Rubavo i calzini, rovesciavo lo zucchero, mi appollaiavo sulla tastiera del computer mentre cercava di compilare le sue pratiche. Piccole scocciature. Piccole attenzioni.

Dopo due settimane, una sera, rientrò con una busta del supermercato. Dentro c’era una confezione di crocchette premium, una ciotola di ceramica azzurra e una spazzola. La guardai esterrefatto. Mi spazzolò per mezz’ora, e intanto una specie di verso strano, mezzo soffocato, le uscì dalle labbra quando un batuffolo di pelo le finì sul naso. Fu lì, in quel preciso istante, che vidi la sua mano diventare opaca. Solida. Con tanto di vene bluastre.

Procedemmo. Lei cominciò a parlarmi. All’inizio cose stupide, tipo “Romeo, hai fame?” (mi aveva chiamato Romeo, che nome ridicolo). Poi si aprì. Mi raccontò dei suoi genitori, morti in un incidente sulla tangenziale, della sua solitudine cronica, dei colleghi che neanche la salutavano più. Una sera tirò fuori dal cassetto un vecchio album di foto e si mise a piangere. Io mi infilai sotto il suo maglione, facendo le fusa come un trattore. Quella notte, lo specchio dell’ingresso smise di essere opaco. Rifletteva una donna magra, con i capelli castani e gli occhi rossi, ma nitida. Viva.

La primavera arrivò con un’esplosione di luce. Lucia iniziò a uscire. Prima al mercato, poi a prendere il caffè al bar sotto casa, dove la barista la chiamava per nome. Io, dal davanzale, vedevo le sue spalle dritte. Non c’era più traccia di trasparenza. E un giorno, rientrando, aveva un mazzetto di tulipani gialli e un numero di telefono scritto su un tovagliolo. “Un tipo simpatico, quello del banco dei formaggi”, mormorò. Io mi leccai i baffi. Missione compiuta.

Solo una cosa mi tormentava. Ombra. Dovevo ringraziarlo. Ero rimasto un ingrato per mesi, crogiolandomi nella mia cuccia di velluto. Così, un pomeriggio di maggio, approfittai della finestra aperta e sgattaiolai fuori.

Il Teatro Juvarra era sempre lì, con la facciata scrostata. Entrai da una finestra rotta. “Ombra?” Niente. Percorsi i corridoi pieni di calcinacci. Niente. Il sottopalco era vuoto. Il panico mi strinse la gola. Troppo tardi. Aveva tirato le cuoia da solo, ed era colpa mia.

— Sei più puntuale di un funerale, tu, eh?

La voce veniva dal loggione. Mi girai. Ombra era acciambellato su un cuscino di damasco, con un’aria beffarda. Ma non era solo. Accanto a lui, una mano rugosa e ben reale. Un’anziana signora con i capelli cotonati, avvolta in uno scialle di lana.

— Ti presento la mia socia, la signora Ferri — fece Ombra. — Ho deciso di seguire il mio stesso consiglio. Stufo di fare il filosofo morto di freddo. Lei aveva bisogno di un gatto, io di una stufa. Ci completiamo.

La signora Ferri sospirò, indicandomi: — Quello è amico tuo, Nerone? (Nerone! Lo chiamava Nerone!) — Guarda che faccia simpatica. Vuoi un biscotto, micio?

Ombra — anzi, Nerone — mi strizzò l’occhio. — Vai, Romeo, che la tua Lucia starà già cercandoti.

Tornai a casa di corsa. Lucia era già rientrata, un po’ in ansia. Mi prese in braccio, mi baciò sul naso. “Romeo, dove eri finito? Mi hai fatto preoccupare”. Io leccai via una goccia di sudore dalla sua fronte.

Più tardi, dal davanzale, osservai la pianta di basilico: dritta, le foglie lucide, l’odore che entrava in casa mischiato al rumore delle mafaldine che bollivano. Lucia trafficava ai fornelli, la ciotola azzurra tintinnò mentre la riempiva di tonno. Poi si avvicinò, mi affondò il viso nel pelo del collo e restammo così. Sentivo il suo naso umido premere dietro il mio orecchio.

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