A Lucca, sopra la vecchia farmacia di via Fillungo, io e Renzo abitiamo da quarantatré anni. Sempre lo stesso appartamento, quello con le persiane verdi che cigolano quando piove. I nostri figli se ne sono andati da tempo — Marta a Pisa, Davide a Firenze — ma le loro camere sono rimaste com'erano: i vinili di Davide impilati sul comò, il vecchio Topolino di Marta ancora incollato al muro con lo scotch ingiallito.
La mattina il rito era sempre lo stesso. Caffè alla moka, Renzo con gli occhiali sul naso a leggere il Tirreno sul tablet, io che uscivo per il pane e per una camminata fino alle Mura. I vicini ci vedevano come una coppia modello. E in effetti, davanti alla gente, Renzo sapeva essere impeccabile. Quando venivano gli amici a cena mi prendeva la giacca dalle mani e diceva: «Attenti, questa è la mia Lucia. Un tesoro, non ce n'è un'altra così.» Le amiche sorridevano. Una volta la Franca mi disse che avrebbe voluto sentirsi dire anche solo la metà di quelle cose da suo marito. Io sorridevo pure, anche se sapevo che tra quelle quattro mura la storia era diversa.
Due anni fa mi hanno operata alla cistifellea, un intervento che sulla carta sembrava una cosa da niente e invece mi ha tenuta a letto tre settimane buone. Il chirurgo era stato chiaro: riposo, niente pesi, niente stare in piedi a lungo davanti ai fornelli. Il primo giorno a casa Renzo mi ha scaldato un minestrone. Il secondo giorno mi ha chiesto: «Ma quando torni a cucinare come si deve?» Gli ho spiegato che facevo fatica anche solo a reggermi in piedi in cucina più di dieci minuti. Lui ha tirato un sospiro. «Mica posso mangiare panini tutta la settimana.»
Mi ha aiutata la Franca, la vicina del piano di sotto. Portava spezzatino, comprava il pane, una volta mi ha pure lavato per terra in cucina. Renzo mangiava quello che portava lei, ma non gli è mai passato per la testa di imparare a farsi almeno una pasta al pomodoro. Una sera avevo la febbre alta, ero a letto e gli ho chiesto un bicchiere d'acqua. Lui, dal salotto: «Aspetta che finisce il telegiornale.» È in quel momento preciso che ho capito una cosa che avrei dovuto capire vent'anni prima: quest'uomo, con cui avevo diviso quasi mezza vita, sapeva vantarmi benissimo — ma non sapeva prendersi cura di me.
Da lì in poi ho cominciato a notare tutto con occhi diversi. Se avevo mal di testa, lui chiedeva se comunque si mangiava alle otto. Se uscivo con un'amica, telefonava perché non trovava il pane nel sacchetto giusto. Se gli chiedevo una mano con la spesa, gli veniva mal di schiena all'istante. Piccole cose, ripetute per anni, che io avevo imparato a chiamare "carattere difficile" solo per non chiamarle col loro nome.
Per il nostro quarantatreesimo anniversario i figli hanno organizzato una cena in un ristorante sul lungomare di Viareggio, quello con la terrazza sul mare dove d'estate suonano il liscio il sabato sera. Eravamo pochi, solo i più stretti. Baccalà, vino bianco della zona, e le solite foto vecchie che qualcuno tira sempre fuori in quelle occasioni — io e Renzo davanti al primo appartamento, lui con i baffi che poi si è tagliato nell'ottantanove. A un certo punto Renzo si è alzato con il calice in mano. «Lucia è stata la mia roccia per una vita intera. Anche quando stava male, pensava prima alla famiglia che a se stessa.»
Quelle parole mi hanno bloccato il bicchiere a mezz'aria. Aveva preso il mio dolore, quello vero, quello della febbre e dell'acqua non portata, e l'aveva trasformato in una bella storiella da raccontare agli altri sul sacrificio della moglie devota.
Davide mi ha chiesto se volevo dire qualcosa anch'io. Ho detto di sì. Mi sono alzata e ho guardato Renzo dritto. «Quando stavo male tu non mi hai mai chiesto se avevo dolore. Mi hai chiesto quando tornavo a cucinare la cena. Quando la Franca ci portava da mangiare, a te non è mai venuto in mente che forse potevi occupartene tu, della casa. Quindi ti chiedo una cosa sola: non chiamare sacrificio quello che per me è stata solo sofferenza.»
Renzo si è irrigidito, il tovagliolo stretto in pugno. «Perché devi sempre tirare fuori le cose vecchie?»
«Perché per te sono vecchie. Per me fanno ancora male oggi.»
Marta si è messa a piangere, ha detto che non aveva idea di quanto fosse stato difficile per me dopo l'operazione. Davide è rimasto zitto per un po', poi ha ammesso che mi aveva sempre considerata forte, e che per questo non mi aveva mai chiesto se avevo bisogno di aiuto. Il cane della Franca, che ci segue sempre fino al cancello quando torniamo a casa la sera, quella volta è rimasto fermo sulla soglia a guardarci senza abbaiare, come se avesse capito che non era serata da festeggiamenti.
Tornati a casa non ci siamo detti una parola per tutta la sera. La mattina dopo Renzo si è seduto in cucina e ha aspettato la colazione, come sempre. Io mi sono fatta il caffè, uno solo, per me.
«E per me?»
«Il caffè è nella credenza. Le tazzine dove sono sempre state.»
Ha sbattuto gli sportelli, ha borbottato qualcosa, ma alla fine il caffè se l'è fatto da solo. Da quel giorno ho smesso di servirlo e ho cominciato a parlare di più — a dire le cose come stavano, senza aspettare che passassero da sole. Quando stavo poco bene, non cucinavo la cena. Quando uscivo, non lasciavo tre piatti pronti in frigo per lui.
Ma non è bastato un caffè fatto da solo a sistemare quarantatré anni. Un mese dopo la cena a Viareggio sono andata dal notaio in via Santa Croce, quello che ci aveva seguiti anche per il rogito della casa nel duemilatré. Ho portato con me i documenti del conto cointestato e la busta con le ultime bollette pagate solo con la mia pensione — perché quella era un'altra storia mai detta ad alta voce: da anni ero io a coprire la differenza quando i suoi risparmi finivano prima del previsto. Ho chiesto di separare il conto, di aprirne uno solo a mio nome, e di far intestare a me la piccola quota della casa dei miei genitori a Camaiore, quella che per anni avevamo lasciato in comune "tanto siamo sposati, che differenza fa". Il notaio ha spiegato le carte, io ho firmato senza tremare.
Renzo l'ha saputo dalla banca, una telefonata di conferma per il nuovo conto. È arrivato a casa con il foglio della disposizione stampato, agitandolo come se fosse una convocazione in tribunale. «Cosa vuol dire questa storia del conto separato?»
«Vuol dire che i miei ottocento euro di pensione, da oggi, li gestisco io. E che la casa di Camaiore resta mia, come era di mia madre.»
«Dopo quarantatré anni mi tratti così?»
«Dopo quarantatré anni ho imparato a fare la spesa senza aspettare che tu mi dica se hai fame.»
Non ha alzato la voce, non ha sbattuto porte. Si è seduto al tavolo della cucina, quello con la formica azzurra scheggiata su un angolo, e per la prima — no, per l'ennesima volta in vita sua si è trovato davanti a un caffè che nessuno gli aveva preparato. L'ha fatto lui. Se l'è bevuto in silenzio, guardando fuori dalla finestra le persiane verdi che ancora cigolavano un po', come sempre, quando tirava vento da mare.







