La ricetta di Ancona che mia nuora non ha mai imparato

Ottantun anni compiuti a marzo, e io la crostata la faccio ancora senza guardare la ricetta. Marmellata di visciole, quella che facevo con le visciole dell'albero di mio marito, buonanima, in via Marconi. Quell'albero non c'è più, l'hanno tagliato quando hanno rifatto il cortile del condominio, ma il sapore me lo ricordo bene.

Sabato scorso, 22 agosto, mia figlia Simona è venuta a trovarmi con la bambina, Ginevra, sette anni. Ho tirato fuori la crostata dal forno che erano le quattro del pomeriggio, e Ginevra si è seduta sul tavolo di formica in cucina, le gambe che dondolavano, e mi ha chiesto se poteva leccare il cucchiaio della marmellata. Gliel'ho dato. Mia nuora Carla, quella di mio figlio Roberto, non me l'ha mai chiesto in dodici anni di matrimonio. Non il cucchiaio — la ricetta. Non gliel'ho mai data perché non me l'ha mai chiesta.

Qui bisogna essere onesti, e io lo sono sempre stata, anche quando fa male: con il figlio di Ginevra, che è mio nipote Achille, dieci anni, il figlio di Roberto e Carla — con lui sono più formale. Gli voglio bene uguale, questo lo giuro sulla foto di mio marito che tengo sul comò, ma con Ginevra rido, con Achille parlo come si parla a un ospite educato.

Mia sorella Pina, quella del terzo piano, mi ha detto una cosa un mese fa che non mi sono tolta dalla testa. Eravamo sedute sul pianerottolo, lei con la sua Nazionale Blu, io con il ventaglio, e mi ha detto: "Sai perché con la nipote di tua figlia sei diversa? Perché quella è casa tua due volte. Tua e di tua figlia. L'altro è casa di Carla."

Mi sono offesa, gliel'ho detto chiaro. Ma poi ci ho pensato tutta la notte, con l'aria condizionata che ronzava e io che non riuscivo a dormire per il caldo di agosto.

E la verità è più complicata di quello che ha detto Pina, ma anche più semplice.

Con Simona ho un filo diretto che dura trentaquattro anni. So come respira quando è stanca, so quando mi mente al telefono per non farmi preoccupare. Quella confidenza è passata dritta a Ginevra, senza che nessuno decidesse niente — arriva con la bambina in braccio la domenica, resta a dormire quando Simona ha i turni all'ospedale, e quella casa la sente sua perché sua madre gliela racconta come una casa amica.

Con Roberto, invece, il filo si è allungato. Non è colpa sua, e non è colpa di Carla, che è una brava ragazza, lavora in banca, mi porta sempre i cioccolatini di Perugia che non mi piacciono ma che accetto lo stesso. È che quando Roberto si è sposato, si è trasferito a Bologna per il lavoro, e Achille l'ho visto crescere nelle fotografie del cellulare più che in braccio mia. Ogni Natale, ogni Pasqua, un weekend ogni due mesi. Non è distanza di affetto. È distanza di chilometri, che poi diventa distanza di abitudine.

Il ventitré agosto, la domenica dopo, Carla mi ha chiamato. Voce tesa, quella che uno riconosce subito perché non è la voce di sempre.

"Suocera, posso chiederle una cosa? Achille ha sentito Ginevra che le raccontava della crostata. Le ha chiesto perché la nonna non gliel'ha mai insegnata a lui la marmellata."

Mi si è chiuso lo stomaco. Non per la domanda di Achille — per come Carla me l'ha detta, come se stesse aspettando da tempo il momento buono per dirmelo senza litigare.

Ho risposto qualcosa di stupido, tipo "ma no, gli insegno tutto quello che vuole", e ho messo giù il telefono con le mani che mi tremavano un po'.

Ci ho ripensato tre giorni, seduta al balcone a guardare i panni stesi della vicina, quella del quinto piano che li stende sempre storti. Ho ripensato a quando Achille aveva quattro anni e piangeva perché voleva restare da me e Roberto lo portava via perché dovevano tornare a Bologna, il treno delle sei e quaranta da Ancona. Ho ripensato a quanto ho evitato di chiamarlo "tesoro" come chiamo Ginevra, per paura che sembrasse falso detto a un bambino che vedo sei volte l'anno.

Il ventisette agosto ho chiamato Roberto e gli ho detto la verità, tutta, senza girarci intorno: che con sua figlia — con Ginevra, intendo, la nipote di sua sorella — ero più sciolta, e che questo Achille l'aveva sentito, a modo suo, anche solo dal tono.

Roberto è rimasto zitto un pezzo al telefono. Poi ha detto: "Mamma, lo sapevo. Non è colpa tua. Ma adesso basta saperlo, bisogna farci qualcosa."

Il quattro settembre — un giovedì, me lo ricordo perché era il compleanno della portinaia — Roberto e Carla sono venuti da Bologna con Achille, senza preavviso lungo, solo due giorni di telefonata. Sono arrivati che erano le undici del mattino, e io avevo già gli ingredienti pronti sul tavolo: le visciole sciroppate comprate al mercato di Piazza Cavour perché l'albero non c'è più, la farina, il burro tirato fuori dal frigo in tempo perché fosse morbido.

Ho preso Achille per mano — mano piccola, un po' sudata per l'agosto che ancora non voleva finire — e gli ho detto: "Vieni, che oggi la ricetta te la insegno io, tutta, dall'inizio."

Lui mi ha guardato serio, con gli occhiali che gli scivolavano sempre sul naso, e ha chiesto: "Anche il segreto della marmellata?"

"Anche quello."

Carla si è seduta sulla sedia vicino alla finestra, non ha detto niente, ma quando ho passato ad Achille il cucchiaio di legno per mescolare ho visto che si è portata la mano alla bocca, come per trattenere qualcosa.

Alla fine, mentre la crostata era in forno e la casa sapeva di visciole cotte, mi sono seduta con un quaderno — quello con la copertina a fiori che uso per la spesa — e ho scritto la ricetta a mano, parola per parola, con le dosi in grammi come me le ha insegnate mia madre, buonanima anche lei. In fondo alla pagina ho scritto: "Per Achille, dalla nonna, quattro settembre." E gliel'ho dato, non a Roberto, non a Carla — a lui, nelle mani.

Achille ha letto la dedica, ha piegato il quaderno in due, se lo è messo sotto il braccio come si fa con una cosa che vale, e ha detto: "Adesso la so anch'io."

Non ho promesso niente di più di quello che potevo dare davvero. Non ho detto che sarebbe cambiato tutto da un giorno all'altro, che i weekend sarebbero diventati di colpo dodici invece di sei. Ho detto solo una cosa, a Carla, mentre Roberto e Achille erano già in salotto a guardare le vecchie foto di famiglia: che da ora in poi, ogni volta che facevo la crostata, li avrei chiamati prima di infornarla, non dopo.

Lei ha annuito, e per la prima volta in dodici anni mi ha abbracciata senza che io le tendessi le braccia per prima.

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