Il grembiule di Ornella

A Ornella Bassi tremavano le mani da tre giorni, e non per il freddo di fine agosto che a Cesena non c'era ancora. Le tremavano per rabbia, mentre stirava l'ultima piega di un vestitino a righe blu, sul tavolo da pranzo trasformato in banco da sarta.

Aveva sessantuno anni, una macchina da cucire Necchi ereditata dalla suocera e una nipote di sette anni, Bice, che tra due settimane avrebbe iniziato la seconda elementare. Sua figlia Consuelo, la madre di Bice, lavorava alla cassa di un supermercato Conad e non ce la faceva ad arrivare a fine mese: due grembiuli, tre magliette, un paio di pantaloni buoni per le foto di classe — tutto insieme, al negozio del centro, veniva quasi novanta euro. Ornella li aveva fatti con le sue mani per ventidue euro di stoffa, comprata a luglio ai saldi del mercato del giovedì.

Il problema non era il grembiule. Il problema era Fulvio.

Fulvio Reginato, il marito di Consuelo, si era presentato in casa della suocera quel pomeriggio con un'aria che a Ornella non piaceva già dalla porta. Si era seduto senza togliersi la giacca, aveva guardato i tessuti sparsi sul tavolo — la stoffa a righe, i cartamodelli ritagliati, gli spilli infilati nel cuscinetto a forma di pomodoro — e aveva detto una frase che Ornella non si sarebbe scordata: "Basta con questa storia dei vestiti fatti in casa. Bice va a scuola vestita come si deve, non con le pezze cucite dalla nonna."

Non era la prima volta che Fulvio criticava qualcosa. Aveva un'officina di carrozzeria in periferia, ereditata dal padre, e da quando gli affari giravano un po' meglio si era messo in testa che certe cose "da poveri" andassero abbandonate. Il pranzo della domenica fatto in casa, i vestiti cuciti, persino le conserve di pomodoro che Ornella preparava ogni settembre — tutto, secondo lui, era roba da un'epoca che bisognava dimenticare.

Ornella aveva risposto piano, senza alzare la voce, mentre riponeva gli spilli: "Questi vestiti calzano a Bice meglio di qualsiasi cosa comprata. E costano un terzo."

"Non è questione di soldi," aveva ribattuto lui, "è questione di dignità. Non voglio che mia figlia sembri una che non se lo può permettere."

Era uscito sbattendo la porta a vetri della cucina — quella con la tendina a fiori che Consuelo aveva scelto da ragazza — e il vetro aveva tremato senza rompersi. Da basso, in cortile, il cane dei vicini aveva abbaiato due volte e poi era tornato a dormire sotto il gelsomino.

Ornella era rimasta sola con la Necchi accesa e il ferro da stiro ancora caldo.

Quella sera Consuelo era passata a prendere Bice, pallida, con le buste della spesa che le tagliavano le dita. Si era seduta un attimo sul divano di velluto consumato, quello che Ornella non aveva mai avuto voglia di cambiare, e aveva detto: "Fulvio dice che se continui a cucire i vestiti a Bice, lui compra tutto lui, al centro commerciale, e non ti fa più vedere quello che ha comprato lui. Dice che così finisce la storia."

"E tu cosa gli hai detto?"

"Che è più semplice lasciar perdere, mamma. Basta non farli più, i vestiti."

Ornella aveva guardato sua figlia — trentatré anni, due lavori part-time, un marito che in undici anni di matrimonio non aveva mai cucito un bottone né rammendato un orlo, ma che si sentiva in diritto di decidere cosa dignitoso e cosa no per una bambina di sette anni.

Non aveva discusso. Aveva solo annuito e cambiato discorso, chiedendo se Bice avesse già cenato.

Ma quella notte, dopo che Consuelo e Bice erano andate via, Ornella aveva tirato fuori da un cassetto della credenza una scatola di latta con sopra disegnati dei fiori sbiaditi. Dentro c'erano le ricevute di ventun anni di regali a Fulvio: il completo per il colloquio di lavoro quando aveva venticinque anni e nessun soldo, i millecinquecento euro prestati per il primo carro attrezzi dell'officina — mai restituiti, mai nemmeno menzionati — e la fideiussione che lei stessa aveva firmato in banca, alla Banca di Cesena, per garantire il mutuo del capannone dove oggi Fulvio faceva il carrozziere e criticava i grembiuli cuciti in casa.

Il giorno dopo Ornella prese l'autobus numero 4 e andò fino in centro, allo studio del notaio Alcide Manservisi, quello che aveva seguito la successione di suo marito anni prima. Portò con sé la cartellina verde con dentro tutti i documenti: l'atto di fideiussione, l'estratto conto del prestito mai saldato, e una lettera che aveva scritto a mano, tre pagine, indirizzata alla banca.

Non chiese vendetta. Chiese solo che venisse revocata la sua garanzia sul mutuo del capannone, la garanzia che per otto anni aveva permesso a Fulvio di ottenere condizioni migliori di quelle che gli sarebbero spettate da solo. Il notaio le spiegò che, essendo passato il periodo minimo previsto dal contratto, aveva pieno diritto di farlo: bastava una comunicazione formale alla banca, con effetto dal mese successivo. Le mostrò dove firmare. Ornella firmò con la stessa mano ferma con cui tagliava la stoffa lungo i cartamodelli.

Tre settimane dopo, Fulvio ricevette una lettera della Banca di Cesena. La garanzia della fideiussione risultava revocata su richiesta della garante; per mantenere le condizioni del mutuo — un tasso agevolato che gli faceva risparmiare quasi duecento euro al mese — avrebbe dovuto presentare una nuova garanzia entro sessanta giorni, oppure il tasso sarebbe salito a quello ordinario.

Fulvio si presentò a casa di Ornella un martedì sera, la lettera in mano, la voce che gli tremava per la prima volta da quando lei lo conosceva. "Ma cosa hai fatto? Sai cosa significa per l'officina, questa cosa?"

Ornella era in cucina, davanti alla macchina da cucire, con un vestitino nuovo a fiori quasi finito sotto l'ago — non per Bice, questa volta, ma per la figlia della vicina, che gliel'aveva chiesto pagando volentieri i ventotto euro di stoffa e manodopera.

"Ho smesso di pagare per una cosa che non è più mia," disse, senza alzarsi dalla sedia. "Se i vestiti che faccio per tua figlia sono da poveri, immagino che anche la garanzia di una vecchia sarta lo sia. Vai in banca e chiedi a un'altra persona di firmare per te."

Fulvio restò lì, in piedi davanti alla porta a vetri con la tendina a fiori, la busta gialla della banca stretta in mano, senza trovare nient'altro da dire.

Bice arrivò due giorni dopo, sabato mattina, e trovò la nonna che le provava un cardigan color senape appena finito. Non chiese niente di quello che era successo tra i grandi. Girò su se stessa davanti allo specchio dell'armadio, soddisfatta, e disse solo: "Nonna, questo mi piace più di quelli del negozio."

Ornella sorrise, sistemandole una manica, e non rispose nulla sulla banca, sul notaio o su Fulvio. Prese solo un altro spillo dal cuscinetto a forma di pomodoro e tornò a lavorare sull'orlo.

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Il grembiule di Ornella