Ines Bartoletti aveva ottantatré anni e un quaderno a righe che teneva sul comodino, accanto alla foto del marito Aldo morto nel 2009. Sulla copertina, scritto a penna: "Conti – non toccare". Dentro, una colonna di numeri che andava avanti da undici anni.
Sua nipote Camilla, trentadue anni, lavorava in banca a Frosinone e passava a trovarla ogni martedì dopo il turno. Portava sempre la stessa cosa: mezzo chilo di maritozzi dalla pasticceria sotto casa, e ripartiva sempre con la stessa domanda in testa, quella che non faceva mai.
Quella sera di settembre, con la finestra aperta sul cortile e il televisore acceso su un quiz che nessuna delle due guardava davvero, Camilla decise di farla.
"Nonna, quel quaderno cos'è?"
Ines non alzò gli occhi dalla tazza di camomilla. "Sono affari miei."
"Tuo figlio dice che stai regalando soldi in giro."
"Mio figlio dice tante cose."
Il "tuo figlio" era Marco, il padre di Camilla, che da tre mesi passava dalla madre solo per chiederle prestiti che chiamava sempre "un attimo, poi ti restituisco tutto". La ferramenta che aveva rilevato dal cognato era andata in rosso, e Marco aveva cominciato a guardare la casa di Ines – centoventi metri quadri in via Aldo Moro, comprata nel 1979 – come si guarda qualcosa che prima o poi toccherà a te.
Camilla non insistette quella sera. Ma tornò il martedì dopo, e quello dopo ancora, e ogni volta il quaderno era un po' più aperto sul comodino, come se Ines lo lasciasse apposta a portata di sguardo.
Fu in ottobre che le cose cambiarono verso. Marco si presentò un sabato mattina con un foglio già stampato: una procura per gestire il conto della madre, "solo per comodità, così non devi più andare tu in fila alle Poste". Ines lo firmò senza leggerlo fino in fondo, perché Marco insisteva e lei aveva l'appuntamento dal cardiologo alle undici e non voleva litigare prima di uscire di casa.
Passarono due settimane. Camilla arrivò un martedì e trovò la nonna seduta al tavolo della cucina, il telefono in mano, la faccia di chi ha appena ricevuto una brutta notizia e non sa ancora come chiamarla.
"Ho chiesto il saldo. Diecimila euro. Ne avevo trentaquattromila."
Camilla prese il telefono, aprì l'app della sua banca – non quella della nonna, ma quella dove riusciva a controllare i movimenti collegati come delegata di vecchia data, un accesso che Ines le aveva dato anni prima "in caso mi succede qualcosa" e che Marco evidentemente aveva dimenticato esistesse. Scorse i bonifici. Tremilacinquecento euro a un fornitore di ferramenta. Duemila in contanti prelevati allo sportello di piazza della Libertà. Il resto, a rate, verso un conto intestato a Marco.
"Nonna, questo non è un prestito che ti sta restituendo. Questo è tuo padre che ti sta svuotando il conto."
Ines non pianse. Guardò il quaderno sul tavolo, quello con la colonna di numeri, e per la prima volta lo aprì davanti a Camilla. Non erano conti della casa. Erano gli undici anni di rate che Ines aveva pagato per aiutare proprio quella ferramenta, quando ancora si chiamava così sulla carta intestata e Marco veniva a chiederle aiuto con le buone maniere, prima della procura, prima dei prelievi senza dirle niente.
"Gliel'ho sempre dato io, quando me lo chiedeva. Il problema è che ha smesso di chiedermelo."
La resa dei conti arrivò due giorni dopo, un giovedì, nello studio del notaio Renzi in corso della Repubblica, dove Ines aveva un appuntamento già fissato da settimane per un altro motivo – il testamento, che voleva sistemare prima di Natale. Marco si presentò senza essere stato invitato, avvisato da una telefonata di sua sorella che pensava di fargli un favore.
"Mamma, cosa stai facendo qui senza dirmi niente?"
Ines era seduta davanti alla scrivania del notaio, la borsa sulle ginocchia, dentro la borsa la cartellina verde che aveva preparato la sera prima con Camilla: l'estratto conto stampato, la fotocopia della procura, e un foglio scritto a mano con la lista di ogni prelievo, data per data.
"Sto revocando la procura che ti ho firmato a ottobre."
"Ma io ti ho solo aiutato a gestire…"
"Marco." Il notaio Renzi alzò una mano, non a lui, a lei, un gesto di conferma. "Tua madre ha tutto il diritto di farlo. E lo sta facendo per le vie legali, con me come testimone."
Ines mise gli occhiali, firmò l'atto di revoca con la stessa penna che usava per il quaderno, e chiese al notaio di mettere per iscritto anche un'altra cosa: che d'ora in avanti sul suo conto potesse operare solo Camilla, come delegata, e nessun altro.
Marco restò in piedi vicino alla porta, la faccia di chi ha capito che il foglio con la sua firma sopra non vale più niente. "E i soldi che ti ho… che mi hai prestato per la ferramenta?"
"Quelli restano un debito tuo verso di me. Undicimila e duecento euro, secondo il mio quaderno. Quando vuoi restituirli, sai dove trovarmi. Fino ad allora, niente più bonifici, niente più prelievi, niente più procure."
Fuori dallo studio, sul marciapiede di corso della Repubblica, con l'aria di ottobre che sapeva già di caldarroste dal chiosco all'angolo, Ines si fermò a guardare la vetrina di una farmacia senza vederla davvero. Camilla le si mise accanto, senza dire niente, aspettando che la nonna decidesse lei quando ripartire a camminare.
"Ti fa male?" chiese alla fine Camilla.
"Mi fa male che ci sia voluto un notaio invece di una cena in famiglia." Ines si sistemò la borsa sulla spalla. "Ma il quaderno adesso è chiuso. E quello, almeno, è deciso da me."







