Il camerino numero tre e trent’anni di applausi

Faccio la sarta di scena da ventidue anni al Teatro della Pergola, a Firenze, e di attrici ne ho vestite tante. Ma quella sera di ottobre, mentre sistemavo l'orlo di un abito per lo spettacolo su Maria Callas, ho capito che stavo assistendo a qualcosa di diverso.

Si chiama Livia, nella mia storia — anche se il nome vero è un altro, e non sta a me dirlo. L'ho conosciuta quando aveva già superato i cinquant'anni, ed era arrivata a teatro con una troupe ridotta, quasi in punta di piedi, come se temesse di occupare troppo spazio. Strano, per una donna che il pubblico riconosceva dalla prima fila fino al loggione.

Il camerino numero tre puzzava di colla per parrucche e di caffè freddo, come tutti i camerini di questo mondo. Fuori, in via della Pergola, i vespini sfrecciavano verso il Duomo e un venditore ambulante gridava i prezzi dei porta chiavi in pelle, tre euro l'uno, cinque per due. Lei si affacciava ogni tanto alla finestrella, guardava la strada, e tornava a studiare il copione con la matita in mano.

Non l'ho vista arrivare a Firenze per caso. Sapevo — lo sanno tutti nell'ambiente — che aveva iniziato studiando giurisprudenza a Perugia, per pagarsi gli studi facendo la modella. Poi il cinema le era piombato addosso, quasi per errore, e non l'aveva più lasciata. Aveva girato con registi che io conoscevo solo dai manifesti: quello di Dracula a Hollywood, quello del film sulla ragazza di Sicilia durante la guerra, quello della saga di fantascienza con le pillole rosse e blu. Aveva persino indossato l'abito nero della donna di Bond, a un'età in cui altre attrici vengono già scartate dai provini.

Ma quella sera, nel camerino numero tre, non c'era niente di tutto questo. C'era una donna che tremava leggermente mentre ripeteva a voce bassa le lettere di un'altra donna, morta cinquant'anni prima, cercando di trovarne il respiro.

Il direttore di scena, un uomo tarchiato di nome Renzo che lavora lì da più tempo di me, mi aveva avvertita: "Stasera è la prima volta che fa teatro vero, davanti al pubblico, senza possibilità di rigirare la scena." Sul set, mi aveva detto lei stessa mentre le appuntavo una spalla dell'abito, se sbagli dici solo "un'altra volta" e si ricomincia. A teatro no. A teatro l'errore resta appeso nell'aria, davanti a settecento persone.

Le sue mani, mentre parlava, non stavano ferme un attimo: sistemavano una lettera ingiallita — un fac-simile, ovviamente, ma lei la trattava come fosse vera — la piegava, la riapriva, la rimetteva nella busta. Continuava a farlo anche mentre mi raccontava, tra una prova costume e l'altra, di sua figlia maggiore che aveva scelto la stessa strada tra moda e cinema, e dell'altra più piccola che invece se ne teneva lontana. Non l'ho sentita lamentarsi mai. Ho sentito, una volta, un sospiro trattenuto quando qualcuno le ha chiesto della separazione dal marito attore, anni prima, e lei ha cambiato subito discorso parlando dell'acustica della sala.

Quella sera lo spettacolo è andato in scena. Io guardavo dalle quinte, come faccio sempre, pronta a intervenire se un gancio si fosse aperto o un orlo si fosse strappato. Non è successo niente del genere. È successo altro: per un'ora e mezza quella donna, che il mondo aveva conosciuto per un viso bellissimo comparso su riviste e locandine trent'anni prima, ha fatto sparire quel viso e ha lasciato solo la voce di un'altra artista, morta e dimenticata da troppi.

Alla fine, mentre il pubblico applaudiva in piedi, io ero già dietro le quinte a preparare l'accappatoio per quando sarebbe rientrata, sudata e senza trucco. Mi ha ringraziato con un cenno, si è seduta sulla sedia di legno del camerino, ha tolto gli orecchini con gesti lenti e metodici, uno alla volta, e li ha posati dentro una scatolina di metallo che si porta sempre dietro, ovunque reciti. Poi ha guardato lo specchio illuminato, non se stessa: ha guardato l'orologio appeso accanto, controllando l'ora dell'ultimo treno per Roma.

Non mi ha detto nulla di profondo, quella notte. Le ho solo sentito dire a Renzo, mentre si infilava il cappotto: "Domani si replica, si può sempre far meglio." Ho richiuso io la porta del camerino numero tre, ho spento la luce, e sono tornata a casa pensando che una carriera lunga trent'anni, per resistere così, non può basarsi sulla bellezza di un viso. Deve basarsi su questo: rientrare in un camerino che sa di colla e caffè freddo, e chiedersi se domani si può far meglio.

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Il camerino numero tre e trent’anni di applausi