Non ricordo nemmeno come ho conosciuto Andrea. Avevo ventisette anni, lavoravo in una piccola agenzia di pratiche catastali a Perugia, e lui gestiva un'officina per auto d'epoca sulla strada per il lago Trasimeno. Quello che ricordo bene è il giorno in cui mi disse che sua madre sarebbe venuta a vivere con noi. Eravamo in cucina, stavo preparando la pasta con le sarde. Ho posato il cucchiaio di legno sul bordo della pentola e mi sono girata con il piatto ancora bagnato in mano.
«È mia madre», disse. Come se questo chiudesse qualsiasi discorso.
Ci siamo sposati in agosto, con un caldo che piegava le persiane. Dopo il viaggio di nozze — tre giorni ad Ancona, perché i soldi erano quelli — siamo tornati e ho trovato mia suocera seduta al tavolo della nostra cucina. Non è mai arrivata con le valigie. È semplicemente comparsa, come certi temporali estivi: all'improvviso e senza permesso.
Si chiamava Annunziata. Aveva settant'un anni, una gonna nera lunga fino alle caviglie e un'opinione su ogni cosa che facevo. Su come stendevo il bucato. Su come cuocevo il ragù. Su come parlavo a suo figlio.
Per cinque anni ho sopportato. Ho tenuto la bocca chiusa davanti alle sue osservazioni. Mi alzavo alle sei per preparare il caffè, e lei mi diceva che era troppo forte. Lo rifacevo. Mi diceva che era troppo lungo. Ho continuato a rifarlo, ogni santa mattina, per milleottocento giorni.
Poi è morto mio padre.
È morto in ospedale a Napoli, dove era ricoverato da due mesi per un tumore al pancreas. Non me lo hanno detto subito. Andrea aveva paura che partissi e lasciassi sua madre da sola. Quando finalmente ho saputo la verità, mio padre era già in una cappella del cimitero di Poggioreale, in attesa di essere cremato.
Sono tornata da quel viaggio con una busta di plastica trasparente. Dentro c'erano le chiavi della casa dove sono cresciuta, ai Quartieri Spagnoli. Mio padre mi ha lasciato quella casa. Non ha scritto testamento, non ha lasciato lettere. Solo le chiavi e un libretto di risparmio con dentro quattromilaottocento euro, che sono serviti quasi tutti per il funerale.
Andrea mi aspettava alla stazione di Perugia. Quando mi ha vista scendere dal regionale con la busta in mano, ha sorriso e mi ha abbracciato. Poi mi ha detto, con la valigia ancora sul marciapiede: «Vendi la casa di tuo padre e paghiamo il mutuo del capannone dell'officina. La banca ha chiamato due volte.»
Non mi ha chiesto come stavo. Non mi ha chiesto niente del funerale, di mio padre, di come fosse andata. Solo del mutuo.
Quella sera mi sono seduta sul balcone di casa nostra, a Perugia. Sotto, in via dei Priori, passava il pullman delle undici e mezzo. Annunziata guardava un programma di ricette su Rai 1, il volume alto come sempre. Ho tenuto le chiavi strette nel palmo destro, così forte che mi sono rimasti i segni dei denti della chiave nella pelle.
Il giorno dopo sono andata a Napoli da sola. Ho aperto la porta di casa di mio padre. L'odore era quello delle lenzuola chiuse in un armadio per troppo tempo. Sul tavolo della cucina c'era ancora la tazzina del caffè che mio padre aveva usato prima dell'ultimo ricovero. L'ho lavata. Poi sono rimasta a guardarla scolare, rovesciata sul piano in marmo.
Ho passato due settimane a sistemare le carte. La casa era intestata a lui, nessuna ipoteca. L'ho fatta valutare. Un'agenzia di via Toledo mi ha detto che in quella zona, con un balcone e due stanze, si poteva ricavare sui centosessantamila euro.
Poi sono tornata a Perugia.
«Allora, l'hai messa in vendita?» mi ha chiesto Andrea. Eravamo al tavolo della cucina, lui con il telefono in mano, Annunziata che spazzava davanti alla porta di casa.
«No», ho detto.
Mi ha guardato come se avessi parlato in albanese.
«Come no? Ti ho detto che la banca…»
«La casa resta a me.»
Andrea ha posato il telefono. Si è alzato. Ha aperto la bocca per parlare, ma Annunziata è entrata in quel momento con la scopa in mano.
«Una casa ai Quartieri Spagnoli è una zavorra», ha detto. «Lascia che la venda, tuo marito ha bisogno di soldi per il lavoro.»
Non ho più risposto. Sono andata in camera, ho tirato giù una borsa dall'armadio e ho messo dentro quattro camicie, due paia di jeans, il passaporto e le chiavi di mio padre. Nient'altro.
Andrea mi ha seguita. «Che fai? Te ne vai? Così, te ne vai?»
Mi sono voltata. Avevo ancora in mano il portafoglio. L'ho aperto, ho preso la mia carta dei servizi sanitari e gliel'ho mostrata.
«Questa è mia», ho detto. «Quello che c'è nell'armadio è mio. Il contratto d'affitto è intestato a te da sempre. Resta a te.»
È sbiancato. Non per la carta. Perché aveva capito che non stavo minacciando niente. Stavo elencando un inventario.
Mi sono fermata sulla porta. Annunziata era ferma in corridoio, con la scopa in mano. Sembrava aspettasse che le facessi un inchino. Le ho lasciato sul tavolino d'ingresso un foglietto che avevo scritto in pullman, venendo da Napoli. C'era scritto solo: «Grazie per il caffè. Era troppo lungo anche per me.»
Poi sono uscita. Ho preso il pullman per Napoli. Durante il viaggio ho chiamato un avvocato di Perugia e ho dato istruzioni per la separazione. Mi ha chiesto se c'era un conto in comune. Sì, c'era. Gli ho detto di togliere subito la mia firma.
Tre mesi dopo, ho ricevuto una telefonata da Andrea. Era in lacrime. Diceva che la banca aveva messo all'asta il capannone. Che Annunziata era tornata dalla sorella a Frosinone. Che lui dormiva nell'officina ormai vuota, su una brandina pieghevole.
«Torna», diceva. «Ti prego, troviamo una soluzione.»
Ascoltavo dal balcone della casa di mio padre. Sotto, i motorini passavano tra i panni stesi. Ho guardato la tazzina che avevo lavato mesi prima, rimessa al suo posto sulla credenza.
«La soluzione è che la casa di mio padre non è più un tuo problema», ho detto. Poi ho riattaccato.
Non ho venduto. Ho affittato la seconda stanza a una studentessa di archeologia di ventitré anni, che paga trecentocinquanta euro al mese e mi insegna a fare la genovese. Ogni mattina bevo il caffè dalla tazzina di mio padre. Lo faccio ristretto, come piaceva a lui.
E la busta di plastica trasparente sta in fondo a un cassetto, vuota. Le chiavi le ho appese al chiodo accanto alla porta. Ogni tanto, quando esco, le tocco con due dita prima di chiudere. Giusto per ricordarmi che quella porta si apre solo per me.







