Il ricordo del citofono che non ha mai suonato

Oggi compio ottantatré anni e la torta l'ho fatta io, con le mie mani, perché a Cortina di Marradi — sei case in croce sopra Faenza, l'osteria chiusa dal duemiladiciotto — non c'è più nessuno che me la faccia.

Mi chiamo Ettore Bagnoli. Non ho moglie, non ho figli, e da un'ora sto seduto al tavolo di formica a guardare sette candeline che ho comprato al discount di Marradi, perché quelle da ottantatré non le vendono, e ho pensato che sette bastasse come numero tondo per ricordarmi che sono ancora qui.

Ma questa non è la storia di come sono rimasto solo. È la storia di come qualcuno ha provato a convincermi che essere solo fosse colpa mia — e di cosa ho fatto quando ho smesso di crederci.

Trentun anni fa avevo un fratello, Learco, più giovane di sette anni. Insieme avevamo ereditato dal padre un piccolo caseificio, dodici ettari di pascolo e la casa colonica dove sono nato. Learco si sposò con una donna di Faenza, Ombretta, che il giorno delle nozze mi strinse la mano e mi disse: "Ettore, ora siamo famiglia anche noi due." Ci credetti. Ero scemo, forse, ma ci credetti.

Per anni ho lavorato quella terra dall'alba, ho munto le vacche col gelo alle mani, ho pagato io le rate del trattore mentre Learco badava alla parte commerciale — vendeva il pecorino ai ristoranti di Faenza e Brisighella. Non mi sono mai sposato: c'era una ragazza, Iolanda, negli anni Settanta, ma se n'è andata a Bologna a studiare e io sono rimasto qui, con le vacche e mio fratello. Non è una tragedia. È solo come è andata.

Poi Learco si è ammalato. Un tumore al pancreas, veloce, spietato. In sei mesi non c'era più. E lì è cominciato tutto.

Ombretta è venuta da me con un avvocato di Faenza, il dottor Casadio, tre settimane dopo il funerale. Sul tavolo della cucina — questo stesso tavolo dove oggi c'è la torta — hanno tirato fuori le carte. La proprietà del caseificio era intestata per metà a Learco e metà a me, questo lo sapevo. Quello che non sapevo è che sette anni prima Learco aveva fatto un testamento lasciando la sua quota non a me, ma a Ombretta.

"Ettore, tu capisci," mi disse lei, "io ho bisogno di vivere, non ho un lavoro mio." Aveva quarantasette anni, era sana, aveva lavorato in un negozio di scarpe a Faenza prima di sposarsi. Ma non discussi. Firmai i documenti che mi chiedevano di firmare — la divisione dei terreni, il passaggio dei diritti sul marchio del pecorino, persino il logo che avevo disegnato io su un tovagliolo nel 1998. Firmai tutto perché ero distrutto dal lutto e perché pensavo, davvero pensavo, che restare in buoni rapporti con lei fosse più importante di dodici ettari di terra.

Sbagliavo.

Nei tre anni successivi Ombretta ha venduto la sua metà del caseificio a una cooperativa agricola di Imola. Io sono rimasto con la mia metà, che senza il marchio, senza i contratti coi ristoranti che erano rimasti "suoi" per accordo scritto, valeva la metà di prima. Ho dovuto vendere trenta vacche. Ho tenuto solo l'essenziale, ho affittato un pezzo di terra a un vicino, e sono andato avanti da solo, sistemando muretti a secco e riparando il tetto della stalla con le mie mani a settant'anni passati.

Ombretta non si è più fatta vedere. Niente telefonate a Natale, niente biglietto per il mio settantesimo compleanno. L'ultima volta che ci siamo parlati è stato in tribunale a Faenza, per una disputa sui confini di un campo, nel 2019. Mi guardò come si guarda un estraneo scomodo.

Sono passati anni così. Poi, tre mesi fa, mi ha chiamato.

"Ettore, sono io." La voce diversa, più stanca. Mi disse che suo figlio — perché si era risposata, un ingegnere di Ravenna, e avevano avuto un figlio, Nicola, che ora ha ventott'anni — voleva aprire un agriturismo proprio sulla parte di terra che un tempo era mia, quella che lei aveva venduto alla cooperativa e che la cooperativa aveva poi rivenduto. Il problema era l'accesso: la strada sterrata che porta a quel terreno passa proprio dal mio pezzo di proprietà, quello rimasto a me.

"Ci serve una servitù di passaggio," disse. "Nicola ha già investito i risparmi, ha preso un mutuo con la Banca di Romagna. Se non gli dai l'accesso, perde tutto."

Ho ascoltato in silenzio, seduto proprio su questa sedia. Poi le ho chiesto: "Ombretta, in trentun anni, quante volte sei venuta a trovarmi?"

Non rispose subito. "Ettore, non è il momento di rivangare—"

"È esattamente il momento," dissi. "Perché tu vieni da me solo quando ti serve qualcosa. Trentun anni fa ti serviva la mia firma. Oggi ti serve la mia strada."

Mi disse che ero un vecchio rancoroso, che Learco si sarebbe vergognato di me. Le risposi che Learco, se fosse ancora qui, si sarebbe vergognato di come lei aveva trattato suo fratello dopo la sua morte. Riattaccò.

Due settimane dopo mi arrivò una lettera del dottor Casadio — lo stesso avvocato, ancora lui, ora con lo studio ereditato dal figlio — che mi intimava di concedere la servitù "per ragioni di equità familiare," minacciando che in caso contrario avrebbero fatto causa sostenendo un diritto di passaggio storico, anche se sapevano bene che non esisteva alcun atto in tal senso.

Sono andato io, da solo, con l'autobus delle sette e quaranta, fino allo studio di un notaio a Faenza, il dottor Foschini, quello che mi aveva già seguito per la vendita delle vacche anni prima. Gli ho portato tutte le carte: l'atto di proprietà originale, la mappa catastale, la lettera minatoria di Casadio.

"Ettore," mi disse Foschini, "lei non ha alcun obbligo. Quella strada è sua al cento per cento. Vogliono che gliela regali per un progetto da cui lei non vedrà un euro."

Gli ho chiesto quanto valesse, oggi, una servitù di passaggio permanente su quel tratto, considerato che l'agriturismo l'avrebbe resa indispensabile per l'attività. Ha fatto due calcoli, ha guardato la mappa, e mi ha detto una cifra: quarantaduemila euro, prezzo di mercato per una servitù di quel tipo in quella zona, vista la rendita potenziale del progetto.

Non l'ho fatto per i soldi. L'ho fatto perché per trentun anni Ombretta aveva trattato la mia disponibilità come un diritto acquisito, qualcosa che le spettava di default. Volevo che, per una volta, dovesse guardarmi negli occhi e trattare con me.

Ho scritto io stesso una lettera, a mano, su carta intestata che mi sono fatto stampare apposta al centro copie di Marradi — non avevo un avvocato mio, non mi serviva. Ho scritto che ero disposto a concedere la servitù di passaggio, regolarmente registrata, dietro pagamento dei quarantaduemila euro stimati dal notaio, da versare in un'unica soluzione su un conto che ho aperto alla Banca di Romagna di Marradi, filiale dove mi conoscono da quarant'anni.

Tre settimane di silenzio. Poi Nicola, il ragazzo, si è presentato a casa mia — non sua madre, lui. È arrivato con una Fiat Panda tutta ammaccata, un mutuo sul groppone e la faccia di chi non dorme la notte. Gli ho fatto entrare, gli ho offerto un caffè fatto sulla moka, quella vecchia, e gli ho chiesto scusa in anticipo per quello che stava per dirgli.

"Non è colpa tua," gli ho detto. "Ma tua madre deve capire che le porte non si aprono da sole solo perché uno bussa quando gli conviene."

Ha firmato lui, quel pomeriggio, davanti al notaio Foschini, l'atto di servitù coi quarantaduemila euro. Sua madre non si è nemmeno presentata all'atto notarile. Ha mandato lui, da solo, con la procura.

I soldi sono arrivati sul mio conto un martedì di giugno. Con quei soldi ho rifatto il tetto della stalla, ho comprato un trattore usato ma buono da un rivenditore di Modigliana, e ho messo da parte il resto per la badante che verrà tre volte a settimana, perché a ottantatré anni bisogna pensarci, alle gambe che non tengono più come prima.

Oggi ho tagliato la torta da solo, seduto a questo tavolo. Fuori si sentono i grilli e la campana della chiesa di Cortina che batte le sette. Ho mangiato una fetta, ho messo il resto in frigo per domani, e ho guardato per la finestra la strada sterrata — quella strada — dove ormai passano ogni tanto le macchine dei turisti diretti all'agriturismo di Nicola.

Non aspetto una telefonata da Ombretta. Non l'aspetto più da anni, e va bene così. Ma quella strada, oggi, è mia per diritto scritto e pagato, non per favore concesso. E questo, alla mia età, mi basta per dormire tranquillo.

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