Mi chiamo Davide Contarini, ho quarantatré anni e faccio il meccanico a Padova da quando ne avevo diciannove. L'officina in via Tiziano Aspetti era di mio padre, poi è diventata mia — carta bollata, firma, tutto in regola. Mia cognata Elisa, invece, quella storia l'ha sempre raccontata in un altro modo.
Sette mesi fa Elisa si è trasferita da noi. Non per capriccio: suo marito l'aveva lasciata con due bambini e un affitto a Mestre che non riusciva più a pagare. Mia moglie Chiara, sua sorella, non ha esitato un secondo. "È casa nostra, è casa sua", mi ha detto, e io ho detto di sì, perché come fai a dire di no in una situazione così.
Quello che Chiara non sa — o forse sa e fa finta di niente — è che da sette mesi sono io a pagare tutto. Bollette, spesa, le rette della scuola calcio di mio nipote Tommaso. Elisa lavora part-time in un negozio di scarpe al centro commerciale di Camin, guadagna sui novecento euro al mese, e quei soldi li tiene per sé: vestiti, un cellulare nuovo per l'altro figlio, un weekend a Jesolo con un'amica ad agosto. Io non ho detto niente per mesi. Mi sedevo in cucina la sera, sentivo l'odore del sugo che bruciava un po' — Elisa cucina sempre con la fiamma troppo alta — e stavo zitto.
Il problema vero è arrivato tre settimane fa. Mio padre, prima di morire due anni fa, aveva lasciato scritto che l'officina doveva restare "di famiglia", e Chiara ha sempre interpretato quella frase in modo largo. Troppo largo. Elisa ha iniziato a portare la sua amica Sabrina in officina il sabato mattina, a farle vedere i macchinari, a dire cose tipo "qui un giorno lavorerà mio figlio" davanti ai miei due dipendenti, Marco e il giovane Aurelio. Io stavo lì, con la chiave inglese in mano, e mi sembrava di essere diventato un impiegato in casa mia.
L'ho detto a Chiara una sera, dopo cena, mentre lei lavava i piatti e io asciugavo — un gesto che facciamo da vent'anni, senza pensarci. Le ho detto: "L'officina è mia, non di famiglia in generale. E tua sorella deve iniziare a pagare qualcosa, o almeno a cercarsi un lavoro vero." Chiara si è girata con le mani ancora bagnate e mi ha risposto che ero diventato taccagno, che i soldi non sono tutto, che sua sorella ha bisogno di tempo. Ho ribattuto che sette mesi non sono "un po' di tempo", sono quasi un anno di vita, di bollette, di sugo bruciato mentre io mando avanti l'officina di mio padre per pagare la casa di sua sorella.
Non ci siamo parlati per due giorni. Poi Chiara ha fatto una cosa che non mi aspettavo: ha chiesto a Elisa di sedersi con noi al tavolo della cucina, sabato sera, con Tommaso e l'altro bambino già a letto. Ha messo sul tavolo un foglio con tutte le spese di questi sette mesi — l'ha scritto lei, non io, riga per riga, bollette del gas, spesa al supermercato Alì di via Guido Reni, la retta della scuola calcio. In fondo, la cifra totale: tremilaseicento euro.
Elisa ha guardato il foglio e ha detto che non sapeva fosse così tanto, che pensava fossero "spese normali di casa che si dividono da sole". Chiara le ha detto una cosa che io non dimenticherò: "Ti ho aperto la porta di casa mia, ma quella non è la porta dell'officina di Davide. Quella ha un padrone, e non sono io a deciderlo." Io sono rimasto zitto, con le mani intrecciate sul tavolo, guardando quel foglio scritto a matita, con i numeri allineati uno sotto l'altro fino al totale sottolineato due volte.
Da lunedì Elisa ha iniziato a cercare un secondo lavoro, i turni serali in un bar vicino a Prato della Valle. Non è ancora bastato a coprire tutto, ma ha chiesto a Chiara di fare un bonifico ogni mese, duecento euro fissi, finché non trova qualcosa di stabile.
Stamattina ho aperto la saracinesca alle otto, come sempre. Marco stava già scaldando il caffè sulla piastrina vicino al banco, Aurelio controllava le gomme di una Panda in sollevatore. Nessuno ha parlato di scuole, di figli, di chi lavorerà qui un giorno. Ho appeso la chiave inglese al suo gancio, ho scritto sulla lavagna bianca i lavori della giornata, e quando è arrivato il primo cliente con un rumore strano al motore, gli ho chiesto di aprire il cofano e mi sono chinato dentro, le mani già sporche di grasso, a cercare dove fischiava l'aria.







