Il tavolo da dodici

Lavoro alla trattoria Al Bronzo di Padova da undici anni. Il sabato in questione avevo la turnazione delle sette, dovevo staccare alle dieci e mezza. La titolare, la signora Luisa, mi ha chiesto di fermarmi per preparare un tavolo da dodici. Prenotazione a nome Anselmi. Una signora anziana, aveva telefonato con tre settimane di anticipo per la cena di compleanno. Avrebbe compiuto settantaquattro anni. Voleva i figli, i nipoti, tutto. Niente regali, solo presenza. Al telefono aveva insistito: «Basta che vengano.»

Ho messo dodici piatti, dodici calici, ho segnato i nomi sui segnaposto. Fuori c'era una nebbia fitta, di quelle che a Padova a novembre ti mangiano le gambe. Alle otto e un quarto ha chiamato lei: disdetta. Ho iniziato a togliere i piatti. Dodici piatti. Dodici calici. Li ho impilati tutti in uno scaffale. Avevo solo voglia di finire e andare a casa.

Il martedì dopo la signora è entrata da sola. Aveva una camicetta verde e gli orecchini di perle che forse erano della madre. Si è seduta vicino alla finestra, con il menu aperto davanti ma senza leggerlo. Ha ordinato una frittata alle erbe e un calice di tocai. Poi ha estratto il telefono, ha controllato lo schermo, l'ha appoggiato sul tavolo a faccia in giù. Ha guardato la strada vuota per un bel po'. Quando le ho portato il vino, mi ha detto: «Ero io, quella del tavolo da dodici. Mi dispiace per il disturbo.»

«Non si preoccupi», ho risposto.

«Mio figlio maggiore vive a Milano. Ha detto che due ore di auto per una cena erano troppe. Mia figlia aveva i biglietti per il teatro. Il minore… suo figlio aveva la partita.» Ha bevuto un sorso. «Capisco, capisco sempre.»

Non ha toccato la frittata. Ha preso solo il pane, ne ha sbriciolato un pezzo con le dita.

Dopo due calici di vino, ha chiamato il conto. Ha lasciato cinque euro di mancia, anche se da noi non è obbligatorio. Uscendo ha dimenticato un guanto, gliel'ho portato fuori. C'era un cane che abbaiava al semaforo, un labrador con la pancia gonfia. La signora si è fermata a guardarlo, poi mi ha ringraziato ed è salita sul tram numero 3 verso la stazione.

A dicembre è tornata. Era abbronzata, impossibile per la stagione. Aveva una borsa di plastica piena di cioccolatini di Modica. Li ha appoggiati sul bancone, davanti alla macchina del caffè. «Ero a Rimini da mia sorella Franca,» ha detto. «Mi ha portata al chiosco sulla spiaggia a mangiare le vongole. Faceva un freddo cane, ma il pesce era buono.»

Ha mangiato un piatto di bigoli con l'anatra, ha riso con Luisa per una storia sul cane che aveva rovesciato la spazzatura. Non sembrava più quella del tavolo da dodici.

Poi, a febbraio, è tornata con un'agenda esterna rigida, di quelle da ufficio. L'ha aperta sul bancone. «Vorrei prenotare per il mio settantacinquesimo compleanno,» ha detto. «Un tavolo da otto. Sabato sera.»

Ho preso il registro. «Confermo otto persone, signora Anselmi?»

«Sì. Solo chi avrà confermato entro lunedì. Non di più.»

Ha aperto il portafoglio blu, ha estratto due banconote da cento. Le ha appoggiate sul bancone, una sopra l'altra. «Acconto di duecento euro. Se qualcuno non viene, il posto resta vuoto. Io non tolgo il piatto.»

Ho scritto sul registro: *tavolo da otto, acconto 200 euro, signora Anselmi*. Poi ho messo le banconote nella busta della cassa. Lei ha guardato l'orologio. Il telefono ha vibrato nella borsa. Lo ha tirato fuori. Sul display c'era scritto «Chiara». Ha premuto il tasto di rifiuto con il pollice. Ha rimesso il telefono nella borsa e ha chiuso la zip.

«Mia figlia,» ha detto al bancone, come se parlasse da sola. «Le ho già detto che a marzo non potrò tenere i bambini per il viaggio di lavoro. Deve organizzarsi. Non per cattiveria. Ho solo un viaggio ad Assisi con le amiche.»

Ha preso la borsa, ha fatto per uscire. Sulla porta ha aggiunto: «Lo scorso anno ho prenotato qui. Dodici persone. Nessuno è venuto. Questa volta basta che vengano in otto.»

È uscita. Dalla vetrina ho visto il tram passare lento sul ponte. La nebbia di febbraio si attaccava ai lampioni. Io sono rimasta con la penna in mano, il registro aperto sulle otto persone, duecento euro ancora sul bancone accanto alla busta.

La sera del sabato di metà marzo è arrivata presto. Indossava la stessa camicetta verde, lavata e stirata di fresco. Alle sette e mezza si è seduta al tavolo da otto, ha controllato i segnaposto. I figli sono entrati poco dopo. Prima il maggiore, con la moglie. Poi la figlia, con il marito. Poi il minore, da solo, che parlava al telefono con qualcuno della partita del figlio. La signora ha fatto un gesto con la mano: «Sedetevi.»

Ho portato i menu. La figlia guardava il posto vuoto accanto a lei. «Mamma, perché solo otto posti? E Luigi?»

«Luigi non ha confermato entro lunedì. Aveva un torneo. Ho prenotato per chi aveva dato conferma scritta.»

La figlia ha aperto la bocca, poi l'ha richiusa. Il maggiore ha stropicciato il tovagliolo. Il minore ha detto: «Ma mamma, non ti avevo detto che sarei venuto?»

«Sì, ma hai detto anche che forse potevi avere un altro impegno. Ho messo solo i nomi certi. Ecco perché c'è posto per tutti quelli che sono qui.»

Nessuno ha replicato. Per un momento si sentiva solo il frigorifero dei dessert che vibrava.

Ho servito il primo: risotto al tastasal. La signora ha alzato il calice di prosecco. «Alla mia salute. E a chi c'è.»

Hanno bevuto. Poi hanno mangiato. La figlia ha chiesto: «Ma ad Assisi quando ci vai, mamma? Ti accompagno io alla stazione?»

«No, passo a prendermi Giulia con la sua macchina. Ho prenotato noi due, in un albergo vicino alla basilica. Ho pagato già l'anticipo con bonifico. Centodieci euro a testa.»

Ho sentito la cifra mentre cambiavo i piatti. Le banconote da cento di febbraio erano finite nella busta della cassa. Adesso lei parlava di un'altra cifra, un altro bonifico.

Il conto quella sera era di ottantaquattro euro. La signora ha pagato con la carta, ha lasciato dodici euro di mancia in contanti. Mentre uscivano, ha preso la borsa e ha dato un ultimo sguardo al tavolo vuoto del dodici, quello dietro la colonna. Io stavo sparecchiando. Lei ha infilato il braccio sotto quello della figlia, che era ferma sulla porta con il telefono in mano. «Andiamo,» ha detto. «Domani ho la lezione di acquerello alle nove.»

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