Trecentottantamila euro

Trecentottantamila euro. Tanto valeva la casa di nostro padre in via San Massimo, a due passi dal mercato di Porta Palazzo. Tanti soldi, e tanta voglia di metterci le mani sopra.

Era un giovedì sera, i lampioni di corso Regina Margherita si accendevano uno a uno dietro i vetri della cucina. Avevo appena finito di parlare con mia sorella Valentina. Mi aveva chiamata per dirmi per la quarta volta quella settimana che dovevamo vendere la casa di papà, che il mercato immobiliare a Torino stava impazzendo, che una metropolitana nuova avrebbe alzato i prezzi, che a mamma serviva una clinica decente e non le scale di quella vecchia palazzina senza ascensore.

Io avevo detto di no. Come sempre. Avevo detto che mamma stava bene lì, che io passavo tutti i giorni, che la signora del piano di sopra le portava su il pane.

Valentina si era innervosita. Poi era tornata dolce, troppo dolce. "Pensaci, Mirè. Pensaci davvero. Non possiamo aspettare ancora."

Avevo appoggiato lo smartphone sul tavolo. Lo schermo si era spento. Io ero andata a prendere la caffettiera dal fuoco. E lì, in quel silenzio di cucina con la finestra socchiusa e il tram 13 che strisciava sui binari in fondo alla via, il telefono ha ripreso a parlare.

Il collegamento non s'era chiuso. Il telefonino, un catorcio cinese che mio figlio Andrea mi aveva regalato due Natali prima, aveva fatto uno dei suoi scherzi. Lo schermo diceva chiamata terminata, ma l'altoparlante continuava a trasmettere.

Prima è arrivata la voce di Valentina. Rideva. Ma non era il suo solito verso da uccellino. Era un suono secco, come di vetro spezzato.

— Ma sei cretino, Giuseppe? Ti ho detto di non chiamarmi. Ti ho detto che stavo parlando con lei.

Io mi sono bloccata con la moka in mano. Giuseppe. Mio marito. Da trentotto anni.

— Stavo solo dicendo che se la smetti di fare la gallina, forse la va meglio. L'ho vista ieri sera. Ha la faccia di chi non dorme. Le fai troppa pressione.

Era la sua voce. La voce di mio marito. Nella cucina di mia sorella. Alle nove e mezza di sera.

Ho posato la moka sul piano di granito senza fare rumore. Mi tremava la mano sinistra, quella con la fede d'oro ormai liscia come un osso. Sono rimasta lì, immobile, mentre l'altoparlante mi rovesciava addosso il resto.

Valentina parlava in fretta, come chi ha già preparato tutto.

— Ascolta bene. Domani vado da lei. Le porto le paste della pasticceria Galante, così si fida. Le dico che ho parlato con un commercialista. Che per la successione serve una rinuncia firmata, sennò lo Stato si prende il trenta per cento. Lei firma. Lei firma di sicuro, è una cretina.

— E se non firma?

— Firma. E se non firma, c'è il dottor Bregola, lo psichiatra. Gli ho già parlato. Dice che con una perizia fatta bene e due testimoni si può ottenere un trattamento sanitario obbligatorio. Basta che risulti pericolosa per sé e per gli altri. Non è difficile, con la depressione che si ritrova da quando è morto papà. Due mesi di clinica, tempo di vendere la casa, sistemare la vecchia e incassare. Poi la facciamo uscire.

— E la vecchia? — ha chiesto Giuseppe.

— La mettiamo alla Residenza delle Querce, quella fuori Superga. Costa poco, è chiusa. Non potrà ricevere visite se non con la mia autorizzazione. Così non rompe più.

Ho sentito mio marito fare un suono che non gli avevo mai sentito. Una specie di grugnito, come quando prendeva una decisione.

— Trecentottantamila euro. A parte.

— E la vendita della casa di mamma. Altri duecentoquaranta. Poi ognuno per sé. Tu ti prendi i mobili d'epoca, io mi prendo tutto il resto.

Ho portato la mano alla bocca. Il palmo sapeva di caffè e di detersivo per piatti. Non riuscivo a muovermi. Sembrava che il pavimento della cucina fosse diventato una lastra di ghiaccio.

— E i figli? — ha detto Giuseppe.

— I figli sono grandi. Andrea sta a Londra, Lucia a Bologna. Non sanno niente. E comunque, con la mamma chiusa in clinica, chi li avverte? Tu? Non farmi ridere.

Poi Valentina ha cambiato voce. È diventata bassa, come quando da bambine si nascondeva sotto il tavolo per spaventarmi.

— E comunque, stupido, io a lei non le voglio male. Le voglio solo togliere quello che non sa gestire. La casa, i soldi, la mamma. Ha vissuto sempre nell'ombra. La vita l'ha già mangiata.

Giuseppe ha fatto un'altra pausa. Poi ho sentito il rumore di una sedia che si sposta, di una tovaglia tirata, di bicchieri che toccano.

— Vieni qua, cretina — ha detto Valentina. — Non pensiamo a lei adesso.

Ho premuto il tasto rosso del telefono con il pollice. Lo schermo si è spento. La cucina è rimasta muta, con solo il ronzio del frigorifero.

Non ricordo quanto sono rimasta seduta. Ricordo che a un certo punto ho aperto il cassetto delle posate e ho tirato fuori il vecchio telefono di Andrea, quello che tenevo come riserva. Ho messo una scheda nuova, l'ho acceso, ho aperto l'app del registratore vocale. Ma era troppo tardi. Il collegamento s'era interrotto. La registrazione non era partita.

Mi sono morsa il labbro fino a sentire il sapore del sangue. Poi ho respirato. Ho rifatto il gesto che faceva mio padre quando era arrabbiato: ho appoggiato le dita sul bordo del tavolo e ho contato fino a dieci.

Tre giorni dopo sono andata a trovare mia madre.

Elvira stava nel suo solito posto, sulla poltrona imbottita vicino alla finestra, con una coperta scozzese sulle gambe e il telecomando del televisore in mano. Aveva ottantaquattro anni, ma gli occhi erano quelli di quando faceva la maestra elementare: ti guardavano e ti spogliavano.

— Siediti, Mirè. Ho smesso di guardare la televisione quando hai aperto il cancello. Ti ho riconosciuta dal passo.

Io non avevo voglia di girarci intorno.

— Mamma, devo chiederti una cosa. E tu devi dirmi la verità.

Lei ha spento il televisore con il dito, un colpo secco come una sberla. Poi ha infilato la mano sotto il cuscino e ha tirato fuori una scatola di latta, di quelle che una volta contenevano i biscotti del pasticciere di Cuneo.

— Ti ho sentita per telefono ieri sera. Hai chiamato Valentina e poi non hai chiuso bene. Ho sentito tutto.

Ogni goccia di sangue mi è scesa ai piedi.

— Cosa hai sentito?

— Tutto. E ti devo dire la cosa che non ti ho mai detto.

Ha aperto la scatola. Dentro c'era una busta gialla, di carta vecchia, con i bordi consumati.

— Tuo padre non era il padre di Valentina.

Mi sono appoggiata al bracciolo. La stanza ha fatto un giro.

— Nel sessantadue, prima che tu nascessi, ho avuto una storia. È durata due settimane. Valentina è nata un anno dopo. Tuo padre lo sapeva. Non ha mai detto niente. L'ha cresciuta come se fosse sua. Ma ha lasciato questa lettera.

Ha aperto la busta e mi ha passato un foglio piegato in quattro.

— Dice che la verità doveva rimanere sepolta finché lui era vivo. Ma se un giorno Valentina avesse fatto del male a te o a me, era mio dovere mostrarla. E così faccio.

Io ho preso la lettera. La calligrafia di mio padre, fitta e inclinata a destra. Ho letto solo la prima riga: *"Io, Giovanni Battisti, dichiaro che Valentina non è mia figlia biologica."*

Il resto erano parole di amore e di rabbia, di uomo ferito che non aveva mai smesso di voler bene alla bambina che portava il suo cognome.

— Perché non me l'hai mai detto? — ho chiesto.

— Perché non serviva. Finché lei non ha cominciato a volerti togliere tutto. Perché adesso serve.

Quella sera ho preso un autobus, il 68, fino alla fermata di corso Inghilterra. Sono scesa e ho camminato fino al bar all'angolo con via Crimea. C'era la mia amica Francesca, avvocata civilista. Ci eravamo laureate insieme a Giurisprudenza trent'anni prima, poi io avevo smesso di lavorare quando era nato Andrea, lei aveva aperto uno studio in via Lagrange.

Le ho raccontato tutto. La telefonata, la registrazione mancata, la lettera di papà. Lei mi ha ascoltata senza toccare la brioche che le avevo davanti.

— Mirè, questa lettera non è una prova. Valentina è stata registrata all'anagrafe come figlia di tuo padre. La legge la considera sua erede.

— Allora cosa possiamo fare?

Francesca ha guardato la vetrina del bar, dove un uomo stava appendendo una locandina del Torino.

— Tua madre può fare testamento. E può fare una dichiarazione giurata che Valentina la maltratta e che la costringe a vendere la casa. Può nominarti amministratrice del patrimonio. E può revocare ogni disposizione a suo favore.

— Ma Valentina è sua figlia. Ha diritto alla legittima.

— Sì, ma la legittima non è tutto. Con un buon testamento e un avvocato sveglio, tua sorella può ricevere il minimo. E soprattutto, se tua madre firma una procura a te, tu puoi bloccare la vendita della casa. E se tu presenti un esposto in procura per minacce e tentativo di circonvenzione d'incapace, lei e tuo marito dovranno pensare a difendersi, non a incassare.

Io mi sono rigirata il cucchiaino tra le dita.

— E cosa devo fare?

— Domani mattina andiamo dal notaio in via Barbaroux. Tua madre firma testamento e procura. Tu firmi un documento in cui ti impegni a tenerla in casa, con assistenza. Nel frattempo, io preparo l'esposto. Ma devi darmi qualcosa di concreto.

Ho appoggiato il cucchiaino sul piattino.

— Le darò la lettera di papà. E le porterò una registrazione legale.

Francesca mi ha guardato come si guarda un cane che non morde ma potrebbe.

— Cosa hai in mente?

— Invito Valentina e Giuseppe a cena. A casa mia. Con la scusa di discutere la vendita. Metto il telefono sul tavolo e registro tutto.

— Non è legale nemmeno quello, se non lo sai.

— Lo so. Ma se loro si mettono a urlare e minacciare davanti a mia madre, ci sono due testimoni. Io e lei.

Francesca ha tirato fuori il blocchetto per gli appunti.

— La cena è dopodomani. Invitali per le otto e mezza. Devi dire a tua madre di stare in camera sua, con la porta socchiusa. Non deve farsi vedere finché non lo diciamo io e te.

Quando sono tornata a casa, Giuseppe era già sul letto, con il tablet acceso. Mi ha chiesto se avevo fame. Ho risposto che avevo mangiato da mamma. Non ha fatto domande.

La cena l'ho preparata io, con le mani che non tremavano. Scaloppine al limone, purè di patate, insalata mista. Ho apparecchiato per quattro, anche se Francesca sarebbe rimasta in cucina, dietro la porta scorrevole.

Valentina è arrivata alle otto e un quarto, con una pashmina color ocra e un sorriso che le arrivava alle orecchie. Giuseppe le ha aperto, l'ha baciata sulle guance. Troppo vicino. Mia madre era in camera sua, con la porta accostata di dieci centimetri.

Abbiamo mangiato. Valentina parlava della vendita, dei prezzi, di un'agenzia immobiliare in via Po che diceva di avere già un acquirente. Io annuivo, come una stupida. Giuseppe guardava il suo piatto.

Poi ho chiesto: — E la mamma? Dove andrebbe?

Valentina ha smesso di masticare.

— In una residenza bellissima, Mirè. Si chiama Le Querce. Ha un giardino, una sala tv, un'infermiera giorno e notte. Io ho già parlato con la direttrice.

— Quanto costa?

— Non ti preoccupare. Dalla vendita della casa lui si prende la sua parte. Noi due ci dividiamo il resto.

— Io non voglio vendere.

Il silenzio è caduto sul tavolo. Giuseppe ha alzato gli occhi.

— Come?

— Non voglio vendere. Papà mi ha chiesto di non farlo. Ha firmato una scrittura privata in cui mi incarica di custodire la casa.

Era una bugia bella e buona. Ma serviva.

Valentina ha gettato la forchetta nel piatto.

— Tu sei pazza. Sei una malata di mente. Non capisci niente!

— Perché dici che sono malata?

— Perché lo sei! Non dormi, non mangi, passi le giornate a fissare il muro. Lo sanno tutti. Dovresti andare in una clinica a riprenderti. Il dottor Bregola ti può aiutare.

— Il dottor Bregola? Quello che ha già accettato di farmi un trattamento sanitario?

La faccia di Valentina è diventata di carta.

— Cosa… chi ti ha parlato del dottor Bregola?

— Tu. E anche Giuseppe. L'altra sera, quando credevi che avessi chiuso la telefonata.

Ho tirato fuori dalla borsa il vecchio telefono, l'ho appoggiato al centro del tavolo. Ho premuto l'icona del registratore. Il file c'era. Non quello della sera prima, ma un altro: la registrazione delle mie finte conversazioni, fatte con Francesca davanti a mia madre, in cui parlavo di un impianto di videosorveglianza nascosto. Era un bluff. Ma non potevano saperlo.

Valentina ha cercato la mano di Giuseppe. Lui si è alzato di scatto.

— Spegni quella roba.

— Niente da spegnere. Non c'è niente. Ma quello che c'è è la lettera di papà. Quella che dice che tu, Valentina, non sei sua figlia.

Ha sbiancato. Mia madre ha aperto la porta della camera e si è messa sulla soglia, con la lettera in mano.

— È vero. Tuo padre lo sapeva. E mi ha lasciato questo. Per difenderci da te.

Valentina si è messa a urlare. Ha detto che era tutto falso, che mia madre era una vecchia rimbambita, che meritavamo entrambe di marcire in una clinica. Ha afferrato il piatto e l'ha gettato a terra. Il suono della ceramica contro il pavimento ha fatto sussultare Francesca, che nel frattempo era uscita dalla cucina con un taccuino in mano.

— Io sono l'avvocata Franca Rossi. Ho udito tutto. E ho registrato.

Giuseppe ha cercato di afferrare la lettera dalle mani di mia madre. Io mi sono messa in mezzo. L'ho guardato dritto negli occhi, senza abbassare i miei.

— Esci. E porta via anche lei. Domani ti mando le carte del divorzio tramite il mio avvocato. Non ti azzardare a rimettere piede in questa casa.

Lui ha indietreggiato di due passi. Valentina ha cercato di ribattere, ma Francesca ha detto: — Signora, le consiglio davvero di andare. Altrimenti dobbiamo chiamare i carabinieri. C'è il tentato sequestro di persona, la minaccia, la circonvenzione d'incapace. E il testamento di sua madre è già stato depositato dal notaio. Non ha più nessun diritto.

Valentina ha preso la borsa, ha lanciato un'ultima occhiata a mia madre. Non era uno sguardo, era un rasoio.

Poi se ne sono andati. Il portone ha sbatacchiato due piani più in basso.

Mia madre si è seduta al tavolo. Io le ho versato un bicchiere d'acqua. Francesca ha raccolto i cocci del piatto da terra.

— Il notaio domani mattina alle nove — ha detto Francesca. — Poi vado in procura. La copia dell'esposto la spedisci anche a tuo marito e a tua sorella con raccomandata.

La mattina dopo ho cambiato la serratura della porta di casa. L'ho fatto da sola, con il cacciavite che papà teneva nel ripostiglio. Ho tolto il vecchio cilindro, ho avvitato quello nuovo. Ho provato la chiave: girata doppia, scatto morbido.

Poi sono andata in via Barbaroux, dal notaio.

Mia madre ha firmato il testamento con mano ferma. Mi ha nominata erede universale. A Valentina il minimo di legge: una somma simbolica, diecimila euro, il prezzo di una vecchia Panda usata.

Nel pomeriggio ho mandato a Giuseppe una raccomandata con dentro la richiesta di separazione, l'elenco dei testimoni e una copia della lettera di papà.

La sera ha suonato alla porta. Io ho guardato dallo spioncino. Era lui, con il giaccone scuro e la faccia di chi ha passato la giornata a chiamare avvocati.

Non ho aperto.

L'ho lasciato lì, sul pianerottolo, mentre il gatto della vicina gli camminava tra le gambe e il tram 13 passava in fondo alla via. Poi ho messo la nuova chiave nel cassetto della credenza, accanto alla scatola dei biscotti di mamma.

Mia madre leggeva sul divano, con gli occhiali da vicino. Ha alzato la testa e ha chiesto: — Hai chiuso a chiave?

— Sì, mamma.

— Bene. Perché adesso, Mirè, la casa è solo nostra.

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