Il Conservatorio di Danza "Théâtre Royal" di Cortina d'Ampezzo era considerato il tempio della danza classica in tutto il Triveneto. Ogni mattina, decine di allievi varcavano quella soglia di legno scuro con il sogno di calcare, un giorno, il palco della Scala o dell'Arena di Verona.
A dirigere il corso avanzato era Damiano Ferretti, trentaquattro anni, ex primo ballerino passato all'insegnamento dopo un infortunio al tendine d'Achille che gli aveva chiuso la carriera sulle scene. Era severo fino alla crudeltà, e gli allievi lo sapevano: chi sbagliava un port de bras veniva rimandato in fondo alla sbarra senza una parola di troppo.
Quel martedì di gennaio, fuori nevicava fitto sulle Dolomiti, e le vetrate dello studio erano appannate dal fiato di venti corpi in movimento. Il termosifone scricchiolava, e nell'angolo, sotto lo specchio, una delle allieve aveva lasciato un thermos di tè alla cannella ormai freddo. Damiano camminava tra le file, correggendo con la punta del bastone da direttore.
"Bacino in dentro, Sofia. Ancora. Da capo tutta la diagonale."
In quel momento la porta a vetri si aprì con un cigolio che tutti conoscevano bene — andava oliata da mesi. Le teste si voltarono all'unisono.
Sulla soglia, con la neve ancora sulle spalle di un cappotto blu notte, c'era una donna anziana. Doveva avere più di novant'anni. Indossava un body nero, calzamaglia bianca e scarpette da mezza punta perfettamente allacciate, come se le avesse infilate ogni giorno della sua vita. I capelli, candidi, erano raccolti in uno chignon stretto. In mano teneva una vecchia borsa di tela con ricamate le iniziali "I.B."
Il silenzio durò forse sei secondi. Poi Damiano posò il bastone contro lo specchio e le andò incontro.
"Signora, credo abbia sbagliato piano. Il centro anziani è al numero 12, due isolati più avanti."
La donna lo guardò senza scomporsi. "So dove sono. Sono venuta per la lezione."
Qualche allievo si scambiò un'occhiata, e una ragazza vicino alla sbarra portò la mano alla bocca per soffocare una risata.
Damiano sospirò, cercando un tono paziente che non gli veniva naturale. "Mi creda, la danza classica non è uno scherzo. A una certa età basta un passo falso per rompersi un femore, e io ne sarei responsabile davanti all'assicurazione."
"Non mi romperò niente."
"Anche se fosse, non posso accettarla in questo corso."
"E perché no?"
Damiano esitò un istante di troppo. "Perché questo non è un posto per… persone come lei."
"Che tipo di persone, scusi?"
"Persone anziane. Dubito che riesca anche solo a reggersi in mezza punta, figuriamoci fare una pirouette."
Una risata attraversò lo studio. Un ragazzo appoggiato allo specchio scosse la testa, divertito: "Avrà sbagliato l'indirizzo del centro sociale di via Roma."
Un'altra allieva ridacchiò coprendosi con l'asciugamano. Iris Bertolini — perché così si chiamava — ascoltò tutto senza cambiare espressione. Appoggiò la borsa contro il muro, accanto al radiatore, e si tolse lentamente il cappotto, ripiegandolo con cura sullo schienale di una sedia, come farebbe chi ha ripetuto lo stesso gesto per settant'anni prima di ogni prova.
"Che intende fare?" chiese Damiano, con un filo di irritazione nella voce.
"Farvi vedere una cosa. Poi decida lei."
Camminò fino al centro della sala. Le assi del pavimento scricchiolavano sotto i suoi passi leggeri, quasi impercettibili. Nessuno la prendeva sul serio — finché non alzò le braccia in prima posizione.
Da lì in avanti nessuno rise più.
Le sue braccia disegnarono l'arco perfetto del port de bras, la schiena dritta senza il minimo cedimento, le spalle basse esattamente come insegnano i manuali francesi. Eseguì un adagio lento, poi una serie di pirouette in dehors che si concatenavano senza il minimo sbilanciamento — tre giri, quattro, la testa che spottava con una precisione che nemmeno Sofia, la migliore della classe, riusciva a ottenere.
Attraversò la sala in diagonale con un enchaînement di piqué che sembrava fluttuare sopra il parquet, senza il rumore secco che di solito accompagna ogni atterraggio.
Poi si fermò. Preparò il bacino, spostò il peso sulla gamba d'appoggio, e sollevò l'altra gamba in un grand battement che arrivò oltre l'altezza della spalla, con la punta tesa come una lama. Qualcuno, in fondo alla sala, si portò una mano al petto.
Silenzio assoluto. Fuori, oltre i vetri appannati, si sentiva ancora il vento che spingeva la neve contro il cornicione.
Poi Damiano cominciò ad applaudire. Uno dopo l'altro, gli allievi si alzarono in piedi, e in pochi secondi tutta la sala era in piedi a battere le mani.
Damiano le si avvicinò, il viso arrossato. "Mi perdoni."
"Per cosa?"
"Per tutto quello che ho detto."
"Non si preoccupi. Ha solo tirato conclusioni troppo in fretta, come fanno in molti."
"Chi è lei, signora?"
Iris rimase in silenzio un attimo, riprendendo fiato. "Ho iniziato la danza a tre anni, a Milano, alla Scuola di Ballo della Scala. Poi ho ballato per trentotto anni al Teatro alla Scala e al Teatro Regio di Torino."
Gli allievi si scambiarono sguardi increduli. In quel momento, dal corridoio, un'insegnante anziana che passava di lì si fermò di scatto davanti alla porta aperta.
"Non è possibile…" mormorò, portandosi una mano alla bocca. "È lei. È davvero Iris Bertolini."
Il nome cominciò a circolare tra gli allievi come una scossa. Qualcuno aveva visto le sue foto in bianco e nero appese nel corridoio del terzo piano, sotto la targa "Étoiles Storiche del Teatro alla Scala 1958-1974". Un'altra ricordava di aver letto, in un vecchio numero di una rivista di danza trovato in soffitta da sua nonna, che i biglietti per le sue Giselle si esaurivano in due ore.
Damiano restò a fissarla, la gola stretta. "Perché è venuta proprio oggi, qui?"
Iris si sedette su una delle panche di legno, prendendo fiato con calma, senza affanno teatrale. "Mio marito Renato è morto tre mesi fa. Ballavamo insieme, l'ho conosciuto in questa stessa sala quando aveva questo nome diverso, si chiamava ancora Studio Passerini. Da quando non c'è più, la mia casa a Pocol è troppo silenziosa. E questa settimana ho ricevuto una lettera dal Comune."
Aprì la borsa di tela e ne tirò fuori una busta spiegazzata. "Vogliono chiudere per sempre la sala prove del vecchio teatro parrocchiale, quello dove insegnavo gratis ai bambini del paese la domenica pomeriggio, per farne un deposito. Ho ottantadue allievi, tra i sei e i quindici anni, che perderebbero l'unico posto dove imparano a danzare senza pagare una retta. Servono seimilaquattrocento euro entro fine mese per rinnovare l'affitto, altrimenti il Comune lo assegna a un'altra attività."
Damiano rimase in silenzio, guardando quella donna che pochi minuti prima aveva quasi cacciato dalla porta.
"E lei pensava che venire qui, in un corso avanzato, potesse aiutarla?"
"Pensavo che se qualcuno avesse visto che a novantun anni si può ancora ballare come si deve, forse qualcuno avrebbe anche capito perché vale la pena salvare una sala prove per dei bambini che non hanno altro."
Damiano guardò i suoi allievi, poi di nuovo lei. Non disse altro in quel momento — chiamò invece il direttore del conservatorio, che scese dal piano di sopra in pantofole, ancora con la tazza di caffè in mano, e restò sulla porta a fissare la scena senza dire una parola per almeno un minuto.
Tre settimane dopo, nella sala grande del Théâtre Royal, si tenne una serata di gala. Damiano aveva convinto il direttore a organizzare uno spettacolo di beneficenza: gli allievi avanzati si esibirono gratuitamente, i biglietti a venti euro l'uno, il ricavato interamente destinato alla sala prove del teatro parrocchiale di Pocol.
Iris non ballò quella sera — le sue ginocchia, disse ridendo, "avevano già dato il meglio che potevano dare in novantun anni". Ma sedette in prima fila, con addosso lo stesso cappotto blu notte, e alla fine dello spettacolo salì sul palco tenendo in mano una busta bianca.
Damiano gliela consegnò davanti a tutti: seimilaseicentocinquanta euro, duecentocinquanta più del necessario. Iris firmò lì, sul tavolino allestito accanto al sipario, il bonifico al Comune per il rinnovo del contratto d'affitto della sala prove, valido per altri cinque anni.
Poi ripiegò la ricevuta, la infilò nella sua vecchia borsa di tela accanto alle scarpette, e strinse la mano al direttore del conservatorio senza aggiungere altro.







