Nonna Assunta teneva il tempo come si tiene la farina quando si fa il pane: stringendo appena, perché sfugge comunque tra le dita.
Aveva settantatré anni e una casa a Matera, tre stanze basse con le pareti di tufo che d'inverno trattenevano il freddo come una tomba e d'estate lo respingevano come una grotta fresca. In cucina, sopra il tavolo di legno consumato, c'era appeso un calendario da parete che lei stessa compilava a mano ogni gennaio, con una penna Bic blu che teneva legata con lo spago per non perderla.
Non segnava gli appuntamenti dal medico. Segnava i giorni in cui sarebbe arrivata Bianca.
Bianca aveva sei anni e viveva a Bari con sua madre Carla, la figlia di Assunta, e con Renzo, il nuovo compagno di Carla. Il tragitto Bari-Matera erano cinquantasette chilometri, meno di un'ora di macchina, ma da quando Renzo si era trasferito nella loro vita, quell'ora era diventata un fiume in piena da attraversare a nuoto.
— Mamma, con Renzo abbiamo tante spese adesso, la benzina costa un occhio della testa — diceva Carla al telefono, e Assunta ascoltava il televisore acceso di sottofondo, sempre lo stesso programma pomeridiano, sempre la stessa scusa infilata tra una pubblicità e l'altra.
Le visite erano passate da ogni domenica a una volta al mese, poi a "quando riusciamo". L'ultima volta che Bianca era venuta a Matera, ad aprile, aveva portato con sé un cagnolino di peluche spelacchiato da un orecchio, regalo di Assunta di due Natali prima, e lo aveva stretto per tutto il pomeriggio senza mai lasciarlo sul divano.
— Nonna, perché non vieni tu da noi? — aveva chiesto la bambina, con la bocca ancora sporca di taralli.
— Perché a casa vostra, amore, non c'è posto per me — aveva risposto Assunta, e non era cattiveria: era la verità nuda, detta come si dicono le cose che fanno male ma che non si possono più addolcire.
Renzo, infatti, un anno prima aveva convinto Carla a vendere il piccolo negozio di ferramenta che era stato del marito di Assunta, morto di infarto sei anni prima. Quel negozio, in via Roma, era l'unica cosa rimasta che parlava ancora di lui — le vecchie insegne, l'odore di vernice e chiodi, il bancone di legno dove Bianca da neonata dormiva nella carrozzina tra le viti e i tubi di gomma. Renzo lo aveva trasformato in un'agenzia di scommesse. Aveva intascato la buonuscita e non ne aveva dato un euro ad Assunta, nemmeno una parte, nemmeno per rispetto.
— Quel negozio era intestato a Carla, mamma, che vuoi che ti dica — le aveva ripetuto la figlia, con la voce di chi ripete una frase imparata a memoria da un altro.
Assunta non aveva risposto niente, quella volta. Aveva solo appeso al calendario un cerchio rosso sul giorno in cui il negozio aveva cambiato insegna, come si segna una data di lutto.
Passarono i mesi. Le telefonate di Carla si accorciavano, gli SMS diventavano frasi fatte — "tutto bene, Bianca ti manda un bacio" — mai una foto, mai una videochiamata vera. Assunta continuava a comprare le caramelle alla menta che teneva pronte in una scatola di latta sul comò, per quando Bianca sarebbe arrivata. Continuava a stirare il vestitino a fiori che la nipote portava sempre, anche se ormai le andava stretto.
A settembre arrivò la telefonata che le tolse il fiato.
— Mamma, dobbiamo dirti una cosa. Ci trasferiamo a Torino. Renzo ha trovato lavoro là, in una concessionaria.
Assunta si sedette sulla sedia impagliata vicino al telefono fisso, quello vecchio che teneva ancora perché diceva che i cellulari le facevano venire il mal di testa.
— E Bianca? — chiese soltanto.
— Viene con noi, ovvio. Inizia la prima elementare a gennaio, appena troviamo casa.
Torino distava più di ottocento chilometri da Matera. Non più un'ora di macchina: un giorno intero di treno, con cambio a Bari e poi a Bologna. Assunta capì, in quel momento, che il calendario appeso in cucina non avrebbe più avuto cerchi rossi da segnare. Avrebbe avuto solo pagine bianche.
Non pianse al telefono. Chiuse la chiamata con un "fate buon viaggio" educato, come si dice a un vicino che trasloca. Poi restò seduta al buio, con la luce della cucina spenta, ad ascoltare il frigorifero che ronzava e, fuori, il cane del vicino che abbaiava a intervalli regolari, come un orologio rotto.
Passò tre giorni senza uscire di casa, tranne per buttare la spazzatura. Il quarto giorno telefonò a suo nipote Vito, il figlio di suo fratello, che faceva l'avvocato a Potenza e che una volta, anni prima, le aveva sistemato una pratica di successione senza farsi pagare un centesimo.
— Zia, che succede? — chiese Vito, sentendo la voce strana di Assunta.
— Ho bisogno che tu mi guardi una cosa. Il negozio di ferramenta di via Roma, quello di mio marito. Voglio sapere se davvero non mi spettava niente.
Vito andò a trovarla il sabato dopo, con la cartella di pelle marrone consumata sugli angoli. Passarono due ore al tavolo di cucina, tra carte, atti notarili vecchi di dieci anni e la scatola di latta con le caramelle alla menta che nessuno toccò.
— Zia, il negozio era di zio Franco, ma quando lui è morto senza testamento, per legge la proprietà è andata per un terzo a Carla e per due terzi a te, come coniuge superstite. Carla ha venduto tutto senza il tuo consenso, e senza darti la tua parte. Questo non è successo "perché il negozio era suo". Questo è illegale.
Assunta rimase in silenzio, con le mani strette attorno alla tazzina di caffè ormai freddo. Poi fece una domanda soltanto:
— Quanto mi spetterebbe?
— Il negozio è stato venduto per centoventimila euro. Due terzi sono ottantamila euro, zia. Più gli interessi legali da quando è avvenuta la vendita.
Ottantamila euro. Assunta pensò al vestitino a fiori stirato e mai più indossato, al cagnolino di peluche con un orecchio consumato, alle caramelle che sarebbero scadute in quella scatola di latta prima che qualcuno tornasse a mangiarle.
— Fai la causa, Vito. Voglio i miei soldi.
Non lo fece per vendetta. Lo fece perché aveva capito, in quei tre giorni chiusa in casa al buio, che il tempo che le restava non poteva più essere speso ad aspettare telefonate che non arrivavano.
La causa civile durò otto mesi. Carla si presentò all'udienza finale con Renzo accanto, vestito con una giacca troppo nuova per l'occasione, come se avesse voluto sembrare rispettabile davanti al giudice. Quando la sentenza fu letta — condanna a versare ad Assunta la sua quota, ottantamila euro più interessi, entro sessanta giorni — Carla scoppiò a piangere in aula.
— Mamma, come hai potuto farmi questo davanti a tutti?
Assunta si alzò dalla panca di legno del tribunale di Matera, prese la sua borsa nera consumata sulle cuciture, e rispose senza alzare la voce:
— Non te l'ho fatto io, Carla. L'hai fatto tu, il giorno che hai firmato quella vendita senza chiamarmi. Io ho solo chiesto quello che era mio.
Renzo non disse una parola. Guardava per terra, con le mani in tasca della giacca nuova, e uscì dall'aula prima ancora che Assunta arrivasse alla porta.
I soldi arrivarono con bonifico due mesi dopo, ottantatremila e quattrocento euro con gli interessi. Assunta non li spese per sé. Ne mise da parte quarantamila in un conto intestato a Bianca, vincolato fino ai diciotto anni, con l'aiuto di Vito che le trovò la banca giusta a Matera. Il resto lo usò per aprire una piccola merceria in via Roma, proprio accanto a dove c'era il vecchio negozio di ferramenta — non lo stesso posto, ma la stessa strada, lo stesso quartiere dove suo marito aveva lavorato per trent'anni.
Carla non si fece più viva, nemmeno per Natale. Bianca partì per Torino a gennaio, come previsto.
Ma ogni primo sabato del mese, alle quattro del pomeriggio, Assunta si siede al tavolo della sua nuova merceria con un tè caldo e il telefono acceso su un'app di videochiamata che le ha insegnato ad usare Vito. Non sempre risponde qualcuno. Ma quando risponde Bianca — con la voce un po' più adulta ogni volta, con l'accento che comincia a prendere le cadenze del Piemonte — Assunta le mostra i rotoli di nastro colorato appesi alla parete, i bottoni divisi per colore nei cassetti di legno, e le racconta una storia diversa ogni volta, la stessa voce di sempre, lo stesso ritmo di sempre.
E sul calendario appeso ora dietro il bancone della merceria, ogni primo sabato del mese, c'è ancora un cerchio rosso.







