Quando Bianca ha compiuto un mese, ho visto arrivare mia madre alla stazione di Taranto con la valigia di sempre, quella con la cerniera rotta che tiene chiusa con lo spago. Ottantatré anni, e aveva preso il treno da sola da Grottaglie, cambio a Martina Franca, solo per venire a conoscere la nipotina. L'ho aspettata sul marciapiede con Bianca in braccio, e lei è scesa con quel passo lento ma dritto, la schiena che non si piega mai, come se portasse ancora le ceste d'uva sulla testa.
A casa, in quell'appartamento al terzo piano di via Duca degli Abruzzi che sa sempre di caffè della moka e di panni stesi, le prime notti sono state un disastro. Bianca piangeva dalle undici fino all'una passata, e niente la calmava — non il latte, non il carillon a forma di pecorella che ci aveva regalato mia cognata, non le ninne nanne registrate su YouTube che mio marito Domenico le faceva ascoltare dal telefono, tenendolo vicino all'orecchio della bambina come un idiota.
Quella notte in particolare Bianca era arrivata al punto di diventare paonazza, la bocca spalancata, le manine strette a pugno. Io avevo gli occhi che bruciavano dal sonno perso, e Domenico girava per il corridoio con lei in braccio ripetendo "dai, dai, dai" come se fosse una formula magica che prima o poi avrebbe funzionato.
È stata mia madre a fermarlo. Senza dire niente, gli ha allungato le braccia. Lui gliel'ha passata quasi con sollievo, e lei ha cominciato a dondolarla — non su e giù come facevamo noi, ma con un movimento laterale, lento, come un pendolo stanco. E ha attaccato a cantare.
Era una filastrocca antica, in dialetto stretto, di quelle che si cantavano nelle campagne intorno a Grottaglie quando ancora si mieteva a mano. Diceva qualcosa sul grano che dorme sotto la terra e aspetta la pioggia. Io quella canzone la conoscevo — o meglio, la riconoscevo nel corpo prima che nella testa, perché me l'aveva cantata lei quando avevo la febbre da bambina, sul balcone di casa nostra, con l'odore del forno del vicino che saliva dalla strada.
La voce di mia madre tremava un po', si spezzava sulle note più alte. Ma dentro c'era qualcosa che nessun carillon avrebbe mai potuto imitare. Piano piano il pianto di Bianca si è fatto singhiozzo, poi respiro, poi silenzio. Si è addormentata con la testa appoggiata sulla spalla di mia madre, la bocca ancora un po' aperta.
Domenico si è lasciato cadere sul divano del salotto, io accanto a lui. Avevamo detto "solo un attimo, chiudiamo gli occhi un attimo" — e in quell'attimo si è infilato tra noi anche Tommaso, quattro anni, che dormiva nella cameretta accanto e si era svegliato non si sa come, stringendo il suo drago di peluche spelacchiato. Lui che di solito non sta fermo un secondo, che alle sette del mattino ti chiede già se può guardare i cartoni, si è addormentato incastrato tra noi in meno di due minuti.
E in quel silenzio così raro, con solo la lampada del corridoio accesa che disegnava una striscia di luce gialla sotto la porta socchiusa, ci siamo addormentati tutti — io, Domenico, Tommaso, e in poltrona mia madre con Bianca ancora in braccio, che continuava a dondolare piano anche nel sonno, come se il corpo suo non si fidasse a smettere.
Quando mi sono svegliata era ancora notte fonda, e ho sentito ancora, bassissimo, il filo di quella canzone. Mia madre non si era mai fermata davvero. Aveva solo abbassato la voce fino a farla diventare un respiro.
Mia madre è tornata a Grottaglie dopo tre settimane, e prima di partire mi ha scritto le parole di quella ninna nanna su un foglio di quaderno, con la sua calligrafia incerta. L'ho attaccata con lo scotch dentro l'armadio di Bianca, sopra la mensola dei body. Ogni tanto, quando la bambina piange e nessuno la sente, io provo a cantarla. Non mi viene come veniva a lei. Ma Bianca, qualche volta, si calma lo stesso.







